A servizio del disagio

Migrante e malato mentale: uno accogliente dell’altro. L’esperimento di Trento rivela come chi ha vissuto esperienze di viaggio terribili sappia aver cura e accogliere il diverso, anche psichico, meglio di molti di noi.

di Sara Milanese

Omar non vuole fermarsi a Trento, ne è costretto. Viaggia, senza biglietto, su un treno partito da Roma e diretto in Austria. Voleva abbandonare il nostro paese, dopo la terribile esperienza di senzatetto nella capitale, durata più di un anno. Il destino vuole che sul treno incroci un controllore inflessibile, che lo fa scendere proprio a Trento. È la sua fortuna: qui ritrova serenità e dignità.

Omar è ivoriano, arrivato in Italia nel 2007. Ha lasciato Abdjan e il suo paese a causa della guerra civile. Giunge in Libia, dove è accolto da amici che già lavoravano lì. La situazione in quel paese, tuttavia, è insostenibile. Decide, con alcuni compagni, di tentare l’avventura e di imbarcarsi per l’Italia. Arrivano a Lampedusa. Omar viene poi trasferito a Siracusa, dove ottiene l’asilo politico. Ma non si ferma, si trasferisce a Roma. «Dormivo alla stazione Termini, fuori, all’aperto. Non facevo altro che pensare al mio paese, non avrei mai immaginato che, in Italia, avrei dormito per terra. Ogni sera dovevo recuperare dei cartoni come materasso, mi sdraiavo davanti alla gente, al freddo, sotto la pioggia. Le giornate passavano cercando un posto dove lavarmi, o dove mangiare. Ma nel frattempo ho anche frequentato dei corsi di italiano per stranieri». Poi il treno, la fuga e quel controllore che lo fa scendere.

Costretto suo malgrado a fermarsi a Trento, inizia a frequentare per un breve periodo la mensa della Caritas e un dormitorio. I primi mesi non promettono niente di buono: spesso deve dormire fuori, i servizi sociali non riescono ad aiutarlo. Poi trova un posto letto in un centro accoglienza: viene contattato per fare da mediatore con gli altri migranti, e inizia a ritrovare un po’ di fiducia in sé stesso. Due anni dopo, è il 2012, frequenta un corso per diventare “accogliente”, cioè coinquilino “formato” di una persona con disagio mentale.

Da allora Omar è la guardia del corpo di Giuseppe Romano, 50 anni, che “sente le voci”. «Sono tre anni che viviamo assieme, tra noi c’è un rapporto molto forte. Siamo amici, fratelli. Ormai capisco in anticipo quando Giuseppe sta per avere una crisi, eppure a volte sono ancora in difficoltà quando lui sta male. A casa, per fortuna, vive con noi un’altra coppia di accogliente-accolto, e ci diamo una mano».

Il legame tra Omar, l’ivoriano, e Giuseppe, il malato mentale, è così forte che i due oggi hanno deciso di diventare coinquilini. Omar non è più il badante di Giuseppe: lavora in un centro di accoglienza come mediatore culturale.

L’obiettivo del progetto con loro è stato raggiunto: l’accolto Giuseppe ha raggiunto un livello di autonomia tale da non dover dipendere esclusivamente dai servizi sociali. Omar ha sfruttato il periodo di contratto come “accogliente” per terminare gli studi. Impossibile dimenticare il passato, ma Omar è stato in grado di capitalizzare anche le difficoltà: «Non dimenticherò mai la mia vita da senzatetto, ma quell’esperienza terribile è stata anche una lezione: mi ha insegnato a non perdere mai la speranza. Per fortuna quel controllore mi ha fatto scendere a Trento!»

Esperienza unica.
Il progetto a cui ha aderito Omar si chiama “Residenzialità leggera”, vede la collaborazione tra comune di Trento, provincia, Servizi sociali, Centro di salute mentale, l’associazione trentina di Accoglienza stranieri e la fondazione Comunità solidale. È attivo a Trento da 4 anni. L’obiettivo è guardare oltre il disagio delle persone, siano queste profughi, disoccupati, ex tossicodipendenti o ex carcerati. Il progetto ha riconosciuto le potenzialità di queste persone, le ha formate, e ha proposto ai migranti di diventare “accoglienti”, di prendersi cura, cioè, di malati mentali. E, come si capisce dalla storia di Omar e Giuseppe, i risultati sono stati strepitosi.

L’idea, partita dal Dipartimento di salute mentale dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari di Trento, era originale. «Il primo progetto di accoglienza adulti risale al 2012. L’anno prima, con l’emergenza Nordafrica, erano arrivati a Trento molti richiedenti asilo. Alcuni di questi avevano molto da dare, anche rispetto alle relazioni che potevano nascere ? ricorda Zaira Oro, assistente sociale e del Servizio attività sociali del comune di Trento ?. La nostra idea era inedita, per questo non tutti l’hanno accolta di buon grado. Sai, quando metti insieme due situazioni potenzialmente disastrose, può anche succedere una catastrofe. Di fatto, questo, non è ma avvenuto».

Anzi, è stata per tutti una grande occasione: le persone con disagio mentale, che arrivavano da una vita in comunità, qui trovavano la possibilità di una vita normale; i migranti, invece, hanno potuto valorizzare le proprie capacità relazionali. Ad oggi sono attive 40 accoglienze.

La proposta di diventare “accoglienti” si rivolge a chiunque stia affrontando una situazione di disagio e sia in grado di capitalizzare questa esperienza. «Il viaggio in barcone, i mesi trascorsi come senzatetto, le difficoltà di vivere in un nuovo paese: quando vengono elaborate, questo vissuto ti dà la capacità di accogliere l’altro nella sua diversità», spiega Marina Cortivo, coordinatrice del progetto per il Centro di salute mentale. A questo si aggiunge la predisposizione culturale. (...)

Per continuare la lettura dell'articolo del numero di Nigrizia di giugno 2016: rivista cartacea o abbonamento online.