Fotografia

L’Africa si mette a fuoco

Ormai riconosciuta come una forma d’arte a tutti gli effetti, la fotografia sta conoscendo mutamenti straripanti, anche grazie al digitale e a Internet. Com’è cambiato lo scenario nel corso di vent’anni.

di Stefania Ragusa

Nel 1996, quando Les Rencontres de Bamako, ossia la prima biennale di fotografia del continente, aveva solo due anni di vita, il Guggenheim di New York propone al suo pubblico In/Sight: African Photographers, 1940 to the Present. Prima di allora non c’era stata un’esposizione in Occidente dedicata in modo specifico alla fotografia africana. Si tratta di un progetto che rappresenta «un sostanziale punto di svolta nella storia del museo», sottolinea Thomas Krens, allora direttore della Fondazione Guggenheim. Per la prima volta, nella definizione di un allestimento, viene preso in considerazione non solo un oggetto ma anche un punto di vista africano. Tra i curatori, un giovane Okwui Enwezor, che deve aver faticato non poco a selezionare i partecipanti. Scambi e comunicazioni non erano certo facili come adesso.

Tra gli artisti in mostra ci sono Seydou Keita, Malick Sidibé, Cornélius Yao Azaglo Augustt, Salla Casset e altri ritrattisti “vintage”. Ci sono molti fotogiornalisti legati al magazine Drum, che ha sede a Johannesburg e un pubblico nero, ed esponenti di rilievo della fotografia documentaria sudafricana, come David Goldblatt, Peter Magubane, Santu Mofokeng. La fotografia concettuale è rappresentata da Samuel Fosso, Rotimi Fani-Kayode e pochi altri.

Nel 2006 Enwezor viene chiamato a organizzare a New York, presso l’International Center of Photography, un’altra mostra di fotografia africana, Snap Judgements. Lo scenario però è completamente diverso. In dieci anni sono cambiate molte cose, ma è soprattutto l’avvento del digitale e di Internet a marcare la differenza. Scattare sta cominciando a essere più facile e meno costoso. Internet favorisce contatti prima impensabili. I ritratti in studio non si fanno più, ma la fotografia documentaria cresce. Idem la fine art, che spinge l’acceleratore sulla ricerca e tocca una molteplicità di tematiche nuove.

Snap Judgements è una mostra spartiacque. Non inventa niente ma riesce a dare al pubblico occidentale un’immagine più aggiornata delle narrazioni africane. Tra gli artisti invitati da Enwezor solo tre erano presenti al Guggenheim: il nigeriano Oladélé Ajiboyé Bamgboyé, l’ugandese Zarina Bhimji, la marocchina Lamia Naji.

Le new entries lavorano sul corpo e sulle identità utilizzando con grande competenza il linguaggio della fotografia di moda, come Tracey Rose, Nontsikelelo “Lolo” Veleko e Andrew Dosunmo. Raccontano la strada e la sua quotidianità da prospettive inedite, come il senegalese Boubacar Touré Mandémory, che per le sue immagini sceglie sempre angolazioni particolari, dal basso verso l’alto, e un’altissima saturazione del colore. (...)

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