Capire un continente

La bella non addormentata

L’arte contemporanea africana era sveglia e in movimento anche prima che il mercato internazionale dell’arte si decidesse a “scoprirla”. Possiamo rendercene conto, analizzando spinte e spazi culturali, artisti e soggetti. E magari scoprire sul serio che le nostre rappresentazioni dell’Africa sono lacunose e inconsistenti…

di Stefania Ragusa

L’Africa fa tendenza: nella moda, nel design e nell’arte. Sui media europei e anche italiani è ormai abbastanza normale trovare titoli sulla cosiddetta renaissance africana, testi che indugiano su sorprendenti battiture d’asta e quotazioni in ascesa di questo o quell’artista.

Tutto vero, per carità. Il mercato internazionale dell’arte, questa grande macchina capace di generare bolle e macinare milioni, ha scoperto da qualche anno la creatività del continente. Le fiere e le aste dedicate (come quella targata Bonhams, Africa Now, che dal 2016 avrà una sessione autunnale oltre a quella primaverile) registrano partecipazioni e bilanci inusitati. L’invito a investire sulla creatività africana, prima che diventi troppo cara, ha evidentemente fatto breccia. Ma guardare all’arte contemporanea africana, considerando in modo esclusivo o preminente l’aspetto del marketing, è riduttivo. Insistere su quello della rinascita è fuorviante.

Molti stati africani sono attraversati oggi da un grande fermento culturale che tocca una molteplicità di soggetti oltre agli artisti (curatori, giornalisti, galleristi, critici, antropologi, attivisti, studenti…) e che, grazie anche alle nuove opportunità offerte da digitale e Internet, spesso viaggia su binari transnazionali, come evidenzia il fenomeno afropolitan. Ma non è stato un risveglio repentino. Non si tratta di un boom o di un nuovo corso. Se così fosse, vorrebbe dire che l’Africa è stata fino all’altro ieri addormentata o inerte. E i fatti, anche se pochi li conoscono, dimostrano il contrario.

Con questo dossier vorremmo provare a mettere l’accento su alcuni di questi fatti e a dare un’idea di cosa il continente sta producendo oggi. Senza pretesa di esaurire l’argomento. L’Africa è immensa, per dar conto di tutto quel che vi si muove a livello artistico e culturale ci vuol ben altro che un articolo di giornale.

Si può però anche cominciare da qui. Introducendo il tutto con le considerazioni e le parole di uno dei maggiori esperti in circolazione. Simon Njami è critico d’arte, curatore indipendente. Con Jean Loup Pivin, Bruno Tilliette e Pascal Martin Saint Léon è stato cofondatore di Revue Noire, la prima rivista di cultura contemporanea basata sull’Africa. Ha curato mostre molto importanti (come quella sulla Divina Commedia interpretata dagli artisti africani, che citeremo varie volte nel corso di questo dossier) ed è commissario della Biennale di Dakar che comincia proprio in questi giorni. «Nel 1991, l’anno in cui uscì il primo numero di Revue Noire, partecipavo a una tavola rotonda con Jan Hoet, il direttore artistico di Documenta di Kassel (il più importante happening di arte contemporanea su scala mondiale, ndr) ? ricorda Njami ?. Hoet disse che l’Africa non aveva artisti. Io, che allora ero molto giovane e certamente più impulsivo di adesso, lo trattai come se fosse stato un imbecille e gli misi davanti la rivista. Qualche mese dopo, mi richiamò e mi chiese i contatti di tre degli artisti di cui parlavamo in quel primo numero. Voleva invitarli a Kassel».

In quegli anni alla Biennale di Venezia non si era ancora visto un artista africano. Ma in Africa gli artisti c’erano, ed erano molto più informati e collegati all’esterno di quanto si potesse immaginare. Basti pensare a figure come quella del senegalese Ousmane Sow (1935), uno dei tre che Hoet portò a Kassel. Ammiratore di Rodin, Giacometti e Claudel, Sow ha viaggiato e lavorato in Francia e, intorno ai quarant’anni, ha abbandonato la professione di fisioterapista per fare lo scultore a tempo pieno. Oppure al ghaneano-nigeriano El Anatsui (1944), il più quotato tra i contemporanei, come ha ribadito l’ultimo report di Africa Art Market. Autore d’incredibili arazzo-sculture realizzate con tappi di bottiglia e materiali di riciclo, l’anno scorso, a Venezia, è stato premiato con il Leone d’Oro alla carriera. Parlando di lui, Njami ha un altro aneddoto. «Una volta mi chiesero se fossi stato io a scoprirlo. “Ma siete matti?”, fu la mia risposta. El Anatsui ha vent’anni più di me, lavora da molto prima che io arrivassi. El Anatsui si è scoperto da sé».

Evoluzione
Non solo lui. La storia dell’arte contemporanea africana, nella vulgata mediatica, è costellata da “scoperte” di artisti da parte di “esperti” occidentali. Un meccanismo discutibile, che sembra avere più legami col marketing che con la realtà. Riepilogando: niente boom, niente rinascita, niente “scoperte”, ma evoluzione. «Oggi nessun curatore d’arte degno di questo nome può ignorare l’arte contemporanea africana», conclude Njami.

Ma probabilmente anche nessuno che ambisca a definirsi colto. In particolare, in Italia, dopo una Biennale di Venezia come quella appena trascorsa, firmata da un curatore di origine nigeriana: Okwui Enwezor, che in passato ha diretto anche la Biennale di Johannesburg (1997) e Documenta (2002). Tra i suoi invitati 19 erano africani, tutti scelti per la qualità e l’originalità della proposta creativa, non per campanilismo.

L’Occidente ha finalmente cominciato a fare i conti con la produzione culturale dell’Africa e l’Africa, anche attraverso la sua diaspora, sta mettendo in campo artisti di grande valore, sperimentando nuovi percorsi di ricerca (pensiamo alla videoarte o alle sculture sonore) e nuovi strumenti endogeni per sostenere e diffondere la propria creatività. Accanto agli spazi artistici indipendenti, che tanta parte hanno avuto e continuano ad avere nello sviluppo artistico del continente (ne parliamo a pag. 48), troviamo piattaforme digitali, operazioni di crowfunding (che marcano dunque una rinnovata indipendenza dai mecenati tradizionali, ossia grandi fondazioni straniere e organizzazioni internazionali), collettivi itineranti e transnazionali (come Invisible Borders, focalizzato sulla fotografia e sulla scrittura), gli happening formativi, programmi di residenza e workshop.

Nella consapevolezza che l’arte contemporanea africana non occupa solo un segmento di mercato, non è solo una questione estetica, ma ha una valenza politica e sociale che la qualifica, e rimane, piaccia o meno, intrinsecamente legata alla rappresentazione e all’identità del continente.