Occasioni perdute

Italia eterna provincia

L’arte contemporanea africana c’è, ma le istituzioni italiane lo ignorano. Si rimane legati allo schema “tamburi e animismo”. E si evitano accuratamente le opportunità di confrontarsi con l’Africa di oggi.

di Stefania Ragusa

Era il 2003. C’era già stata la Documenta di Okwui Enwezor, dedicata al secolo breve e con una significativa presenza di artisti africani; la Revue Noire usciva da più dieci anni, mentre la mostra Africa Remix era in preparazione.

A Torino, alla Galleria d’arte moderna, debuttava una grande esposizione sui capolavori africani di tutti i tempi. Due sezioni speciali dovevano fare da gancio con il presente. Una era dedicata ai grandi artisti europei del Novecento, che si erano fatti ispirare dal primitivismo e proponeva opere di Constantin Brancusi, Pablo Picasso, Amedeo Modigliani, Henri Matisse… L’altra, intitolata Arte Africana tra Ottocento e Novecento, comprendeva una serie di maschere in vetro e chiodi, a testimonianza della capacità di integrare acquisizioni tecniche recenti in oggetti d’uso sacrale e tradizionale. Niente, nell’intero percorso, faceva riferimento all’arte africana contemporanea.

Cos’è cambiato da allora? Sostanzialmente poco. La Pinacoteca del Lingotto, ancora a Torino, ha ospitato nel 2007 una parte della collezione Pigozzi e il gallerista Massimiliano del Ninno ha promosso un paio di eventi espositivi dalle sue parti, a Viterbo. Recentemente l’amministrazione comunale di Pavia, nelle sale del Castello Visconteo, ha esposto una serie di opere di proprietà dell’artista-collezionista Sarenco, senza che queste fossero però accompagnate da una spiegazione o una contestualizzazione. Di eventi importanti, in grado di cambiare la percezione o fornire una lettura aggiornata, non se ne sono visti.

Alcune fondazioni hanno mostrato un certo interesse verso la fotografia. Quella di Modena per la fotografia, per esempio, ai primi di marzo ha assegnato il neonato Premio internazionale al sudafricano Santu Mofokeng, riconoscendo l’eccezionalità del suo percorso e dedicandogli una retrospettiva molto curata, A silent solitude (fino all’8 maggio). Lo scorso settembre, in coda alla Biennale, il contest fotografico Prisma, centrato sui diritti umani, è stato vinto da un altro sudafricano, Max Bastard. Della giuria faceva parte Azu Nwagbogu, il fondatore di LagosPhoto.

Anche delle gallerie private, in verità, hanno dimostrato di essere capaci di aprirsi al nuovo. Pensiamo a quella di Primo Marella, a Milano, che da diversi anni propone al suo pubblico artisti di valore e alte quotazioni, come il malgascio Joel Andrianomearisoa o il maliano Abdoulaye Konaté e che nel 2011 ha organizzato Africa, Assume Art Position!, una collettiva ricca di elementi innovativi. Oppure a Palazzo Gallery, a Brescia, che oltre al già citato Chagas, rappresenta il ghaneano Ibrahim Mahama (autore, alla Biennale, di uno spettacolare corridoio-installazione fatto con sacchi di juta) e che, fino al dieci maggio, ospita l'opera beats/bits of(f) sPACE(s). Letter from Etobarek, del creativo multimediale camerunese Em’kai Eyongakpa. Le gallerie però sono orientate al business, possono fare cultura ma non hanno particolari responsabilità culturali. A differenza delle istituzioni. Ma è proprio qui che l’Africa è più ignorata o ridotta al binomio tamburi & animismo. (...)

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