Il caso nigeriano, 1

Inevitabile Lagos

La capitale economica è anche il fulcro dell’arte nazionale. Ma in tutto il paese si moltiplicano le collezioni private e i centri culturali d’arte. Nell’indifferenza delle istituzioni.

di Stefania Ragusa

Alcuni tra gli artisti africani più interessanti sono nigeriani. Come lo scultore sonoro Emeka Ogboh e l’illustratore Karo Akpokiere, apprezzati all’ultima Biennale di Venezia. Come Njideka Akunyili Crosby, che nei suoi lavori utilizza una tecnica originale che mescola collage, disegno, pittura, stampe grafiche, foto e sta spopolando negli Usa. Nigeriana è Otobong Nkanga, recentemente premiata dalla fondazione sudcoreana Yanghyun, così come il performer artist Jelili Atiku, tra gli awarded del Prince Claus Fund for Culture and Development. Nigeriani sono gli artisti più venduti ad Africa Now: da Peju Alatise a Victor Ehikhamenor, da Olu Amoda a Nnenna Okore…

La Nigeria, attraverso l’African Artists’ Foundation, ha prodotto uno degli happening di fotografia più interessanti dell’intero continente, Lagos Photo Festival, ed è stata scelta come partner dalla Biennale di Jogja (Indonesia) per la sua 13ª edizione. È uno dei paesi ospiti a Dak’Art 2016, mentre in Belgio, il centro Bozar di Bruxelles, inaugura a giugno una mostra fotografica centrata su Lagos, la capitale economica che va configurandosi sempre più come l’hub artistico nazionale.

Potrebbe essercene abbastanza per parlare di un primato della Nigeria. E, in effetti, qualcuno l’ha fatto. Ma Olabisi Silva, curatrice indipendente e fondatrice del Centre of Contemporary Art di Lagos, non è del tutto convinta. «C’è un fermento creativo e culturale che attraversa l’intera Africa e in Nigeria si manifesta con numeri più alti – in termini di spazi, artisti, quotazioni – anche per ragioni demografiche». Parliamo infatti di una nazione di oltre 170milioni di abitanti, 18 nella sola Lagos che, in pratica, è più popolata dell’intero Senegal. «Soprattutto negli aspetti qualitativi, l’arte nigeriana cresce, ma non da sola: la spinta arriva dal confronto con tutto il continente, dagli scambi residenziali, le biennali, le fiere».

Cresce, bisogna aggiungere, nonostante l’indifferenza dello stato. Il governo e le istituzioni della prima economia africana infatti non ritengono la cultura una priorità. È vero, la Guaranty Trust Bank del miliardario Fola Adeola ha avviato una partnership con la Tate di Londra e versa ogni anno milioni di dollari per promuovere l’arte africana, ma fuori dal paese. Per inciso, è stato proprio questo disinteresse istituzionale a indurre Simon Njami a invitare la Nigeria a Dak’Art 2016. Come ci ha detto: «Per dare un segnale politico».

Tre case d’asta
Ci sono due elementi trainanti che caratterizzano la scena nigeriana: il collezionismo autoctono e la tradizione (particolarmente radicata) di spazi indipendenti dedicati alla cultura. (...)

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