Di che cosa stiamo parlando

Il progetto e l’istinto

Due distinte traiettorie definiscono l’arte contemporanea africana: la prima è centrata sull’artista e le sue intenzioni; la seconda ha un carattere territoriale, ingenuo e simbolico.

di Stefania Ragusa

Due sono oggi le visioni prevalenti e contrapposte di cosa sia “arte contemporanea africana”. Per chiarirle, possiamo fare riferimento a due mostre recenti, di cui si è molto parlato. Una è The Divine Comedy: Heaven, Purgatory, and Hell Revisited by Contemporary African Artists, curata da Simon Njami, con il sostegno della Fondazione Dokolo e la partecipazione di una strepitosa selezione di artisti. Ha esordito a Francoforte, per poi spostarsi negli Stati Uniti. Sarebbe dovuta arrivare a Venezia, ma così non è stato (vedi a pag. 55).

L’altra è Beauté Congo, curata da André Magnin e allestita alla Fondation Cartier pour l’Art Contemporain di Parigi. Ha chiuso i battenti lo scorso gennaio, dopo essere stata salutata dal settimanale Jeune Afrique come uno degli eventi culturali africani fondamentali del 2015. Magnin, che oggi si è definitivamente messo in proprio dando vita alla galleria Magnin-a, è stato per vent’anni il curatore della collezione Pigozzi, una delle più rinomate tra quelle di arte contemporanea africana, e ha collaborato strettamente con Jean-Hubert Martin, occupandosi della sezione Africa, ai tempi di Magiciens de la Terre, storica mostra tenutasi a Parigi, al Centre Georges Pompidou, nel 1989. Esposizione puntualmente citata per datare l’avvio del riconoscimento dell’arte africana da parte dell’Occidente.

Nella visione di Magnin l’arte africana ha una forte connotazione spirituale e territoriale (non è un caso che nella collezione Pigozzi si trovino solo opere di artisti residenti in Africa), e si riconosce a prima vista per soggetti e modalità di narrazione. È istintiva e ingenua. Gli artisti selezionati da Martin e da Magnin sono, in genere, privi di formazione accademica e portatori di una cultura altra fortemente simbolica. Esemplari, in questo senso, il sistema di scrittura inventato da Fréderic Bruly Bouabré, i fantasiosi coffin (bare) dei ghaneani Samuel Kane Kwei e Paa Joe, che si richiamano a una tradizione artigianale e religiosa locale, ma anche gli artisti pop selezionati per Beauté Congo, da Chéri Chérin a Pathy Tshindele, da Chéri Samba a Kura Shomali.

Nell’altra visione, che è quella di Njami, ma anche di Okwui Enwezor, l’aggettivo africano esprime semplicemente un’indicazione geografica. L’artista perde l’aura (...)

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