Chigozie Obioma

I PESCATORI

Traduzione di Beatrice Masini. Bompiani, 2015, pp. 300, € 19,00.

di Raffaello Zordan

Ben e i suoi fratelli

È Ben, un bambino di nove anni, a filtrare e ad interpretare ciò che accade a una famiglia numerosa della classe media nigeriana cristiana, di una città media del sudovest nigeriano a metà degli anni ’90. La saga familiare fa perno su di lui, sulla sua narrazione sognante e meticolosa, come di qualcuno che sta ancora cercando di attribuire alle cose un ordine d’importanza.

Non che gli manchino i punti di riferimento: un padre funzionario di banca, con la fissazione per la “cultura occidentale”, che immagina mestieri prestigiosi per i figli; una madre accogliente, che ha messo al mondo sei bambini, recita indefessa il suo ruolo ma non può sfuggire ai presentimenti che la consumano; i tre fratelli più grandi di lui, ma non troppo, che fungono da guida, da esempio, da confine.

Il paesaggio consueto e apparentemente sereno s’incrina quando Padre (così Ben scolpisce la categoria della responsabilità: Padre e Madre) viene trasferito per lavoro a molti chilometri di distanza e non presidia più il territorio della famiglia. Uno sconfinamento che ne indebolisce l’autorità e innesca altri sconfinamenti.

Avvicinandosi al fiume proibito – che li attira, li diverte e ne rafforza la complicità – Ben e i suoi fratelli non trasgrediscono semplicemente una regola. Entrano in contatto con un mondo che Padre e Madre conoscono e temono. E che può risucchiarli.

Il romanzo promette di essere l’inizio di una elaborazione letteraria-esistenziale che ritroviamo anche in altri autori africani che partecipano della cultura della loro terra d’origine ma che vivono altrove, spinti dalla formazione e dalle opportunità di lavoro. L’autore, nigeriano di nascita e nemmeno trentenne, vive negli Stati Uniti dove insegna letteratura e scrittura creativa all’Università del Nebraska-Lincoln.

Ciò che cattura di questo testo è la tessitura dei legami parentali. Ciascun personaggio ha un carattere ben delineato, non vive solo di luce riflessa, valuta i rapporti di forza affettivi, si batte per acquisire e difendere una posizione. Eppure ogni comportamento obbedisce a una necessità che travalica l’individuo: a condurre il gioco e a determinare gli accadimenti è il peso delle relazioni. Ogni gioia e ogni dolore rispondono al pronome “noi”. Ogni affronto al singolo è una ferita collettiva.

Alle parole di Abulu, il pazzo del quartiere, i fratelli pescatori potrebbero rispondere con uno sberleffo. Ma la paura e il sospetto si sono aperti un varco e hanno trasformato quelle parole in profezia. «È difficile dimenticare la nuvola nera che coprì il volto di Ikenna dopo che Obembe ebbe pronunciato queste parole. Guardò in alto come a cercare qualcosa, poi si voltò dalla parte verso cui era andato il pazzo, ma non c’era nient’altro da vedere che un cielo diventato arancione».