Antonio Cataldi

LE MISSIONI CATTOLICHE ITALIANE NELLE COLONIE D’ETIOPIA E D’ERITREA

Grifo, 2015, pp. 316, € 20,00.

di Alex Zanotelli

In missione con il fascismo

Grazie ad alcuni studiosi, come Angelo del Boca, Gian Paolo Calchi Novati, Giorgio Rochat, Romain Rainero, si sta affermando anche in Italia una migliore conoscenza del colonialismo italiano in Africa. Mancano invece studi seri sul ruolo della Chiesa e dei missionari italiani nell’avventura coloniale.

Questo volume viene finalmente a colmare, almeno un po’, quel vuoto. E questo grazie al fatto che l’autore, storico e missiologo, è riuscito ad avere accesso agli archivi degli ordini e congregazioni missionarie (cappuccini, lazzaristi-vincenziani, comboniani, consolata, Pime) che hanno operato in Eritrea ed Etiopia durante l’occupazione coloniale italiana. Cataldi, che possiede una buona conoscenza delle congregazioni missionarie, fornisce un quadro (e non è un bel quadro) di come si sono mossi gli istituti missionari nel periodo 1890-1945. Lo fa con molta pacatezza e serenità, senza però celare scomode verità.

Cataldi dichiara subito che il suo modello di riferimento è il missionario lazzarista Giustino de’ Jacobis che operò in Eritrea, come vicario apostolico, dal 1839 al 1860: «La sua metodologia missionaria, molto semplice e rivoluzionaria, si basava sull’ascolto e sulla condivisione di vita degli indigeni, in un clima di amicizia. Un approccio pastorale non di rado percepito come rimprovero allo stile di vita di quei primi missionari, la cui prassi agli occhi degli indigeni era affine a quello dei dominatori europei».

Nel 1890 l’Eritrea diventa colonia italiana e il nostro governo chiede che i missionari lazzaristi francesi siano sostituiti dai cappuccini italiani. Inizia così la collusione fra il colonialismo e la missione. Che cosa questo passaggio abbia significato per l’opera missionaria è analizzato accuratamente: distanza dalla gente, ignoranza delle lingue, disprezzo del rito cattolico etiopico e dei preti abissini.

Nel 1936, l’Italia occupa anche l’Etiopia e crea l’Africa Orientale Italiana. Subito gli ordini e gli istituti missionari italiani chiedono alla Santa Sede la definizione delle zone dove operare. Ne segue una contesa poco evangelica... Alla fine, Roma assegnerà la prefettura del Neghelli al Pime di Milano, il vicariato apostolico di Harar ai cappuccini, la prefettura di Deniè ai francescani, il vicariato di Gimma alla consolata e la Prefettura di Gondar ai comboniani.

Ringrazio l’autore perché, per la prima volta, riesco a valutare criticamente l’operato dei comboniani in quest’area e in questo periodo. Come per gli altri istituti missionari, anche la presenza comboniana a Gondar è stata succube del regime fascista e del colonialismo italiano. Con l’eccezione del comboniano Pio Ferrari e, in altre aree, dei cappuccini Angelico da Mone e Gabriele da Casotto, e del missionario del Pine Vincenzo Marcuzzi: costoro seguirono il metodo missionario indicato da de’ Jacobis.

Ma la gran parte dei missionari si è mostrata incapace di criticare il razzismo fascista. Ad esempio, la legge Lessona (1937) che separava, anche nelle funzioni religiose, i cattolici bianchi dai cattolici abissini. «L’atteggiamento prevalente era di non compromettere il clima di armonia o quantomeno di collaborazione con le autorità coloniali, specie in virtù dei non indifferenti vantaggi ed agevolazioni economiche che già stavano derivando alle missioni».

Cataldi non fa sconti e conclude: «Furono numerosi i missionari italiani che condivisero le ragioni ideologiche, culturali e politiche del regime mussoliniano, sovrapponendo alla coscienza dell’opera evangelizzatrice alla quale erano stati inviati, le esigenze e i deliri della propaganda fascista».