Alain Mabanckou

AFRICAN PSYCO

Traduzione di Daniele Petruccioli 66thand2nd, 2015, pp. 158, € 17,00.

di Raffaello Zordan

Riscatto

 

Il destino lo ha inserito nel girone della marginalità sociale ed esposto a tutte le volgarità. Ma Grégoire, trovatello con la testa rettangolare, non si rassegna all’insignificanza e matura un’ambizione, anzi un’ossessione: compiere gesta per le quali essere ricordato e per questa via finalmente esistere.

Non entra subito in circolo la prosa di Mabanckou, forse per l’impatto decisamente pulp. Poi il soliloquio-delirio del protagonista ha il sopravvento e riga dopo riga si viene scaraventati senza tanti complimenti nelle vicende di Colui-che-beve-l’acqua-è-un-imbecille. Così si chiama il quartiere dove Grégoire tenta con passo malfermo di battere i sentieri del crimine, provando a emulare il suo maestro: il pluriomicida Angoualima, temuto e amato dalla società dei perdenti e morto suicida senza mai conoscere la galera.

Sulla tomba del suo idolo al cimitero dei Morti-senza-diritto-di-sonno, Grégoire dà il meglio di sé perché finalmente può confidarsi con una figura che lui sente paterna. È lì che, mettendo a nudo la sua psiche, prende le distanze da una quotidianità fatta di un lavoro rassicurante (il carrozziere), di frequentazioni incompiute, e mette a fuoco il progetto del proprio riscatto.

Avevamo conosciuto e apprezzato di Alain Mabanckou, cinquantenne congolese di Point-Noire, la sua capacità di tenere insieme i fili della memoria e di tornare sui luoghi e sui pensieri dell’infanzia. Lo ha fatto in Domani avrò vent’anni e con Le luci di Point-Noire, esibendo una scrittura pacata e dai toni malinconici.

Tutt’altro il registro messo in atto in questo romanzo: incalzante, irregolare, ironico. Non sappiamo se appartenga a un’età evolutiva dello scrittore (risale al 2003 la pubblicazione in francese di African Psyco) o se sia una delle tante frecce che tiene nella sua faretra e che, prima o poi, può tornare a scoccare.

Noi ne siamo stati colpiti. E, senza buttarla in politica, siamo del parere che storie trasgressive come questa dicano – più di tante analisi sociologiche – quali sono le urgenze private e pubbliche che ribollono nelle periferie (non solo africane).

Congediamoci da Grégoire con una scheggia di un suo sfogo che dura otto pagine senza un punto fermo: «(…) e insomma mi sono deciso, avrei ammazzato quell’arrogante ragazza vestita di bianco che si era permessa di criticare la mia testa a rettangolo, che si era permessa di dirmi che puzzavo d’alcol, che avevo un alito da liquirizia, forse non aveva detto proprio così, con queste parole bellissime, ma insomma per me è lo stesso, mi aveva anche detto, tenetevi forte, che il mio taxi, che tra l’altro nemmeno esisteva, face schifo, e piripì e piripà (…)».