Giovanna Parodi da Passano (a cura di)

AFRICAN POWER DRESSING: IL CORPO IN GIOCO

De Ferrari e Genova University Press, 2015, pp. 249, € 18,00.

di Marco Aime

L’abito denudato

L’abito è una sorta di seconda pelle che noi umani aggiungiamo a quella dataci dalla natura. E non solo per ripararci dal freddo, ma per disegnare, rimodellare, ricamare, il nostro corpo, per evidenziarne delle parti e celarne altre. Insomma, vestirsi non è un semplice atto di sopravvivenza, ma rivela molte implicazioni culturali, ci dice molto su chi lo indossa e sulla società in cui vive.

L’abbigliamento, infatti, «duplica, rimodula, precisa e offusca la distinzione fra interno ed esterno, fra corpo e mondo» come scrive Ivan Bargna, uno degli autori di African Power Dressing, curato da Maria Giovanna Parodi da Passano, che affronta il tema del vestire e soprattutto del rapporto tra abito e potere in Africa oggi.

Sottolineo “oggi”, perché dai saggi che compongono questo libro emerge un’immagine del continente che non è quella, spesso abusata, della “tradizione”, ma è la fotografia di società che come molte altre società in ogni angolo del pianeta, vivono in una dimensione fatta di continui rimandi tra presente e passato, tra il qui e l’altrove in cui diventa sempre più difficile (e forse anche inutile) cercare confini e divisioni. Meglio coglierne significati e implicazioni attuali, perché comunque vada questi abiti sono contemporanei.

Le culture africane sono culture del corpo e l’abito è un accessorio fondamentale per strapparlo alla sua nudità “naturale”, per renderlo sempre più culturale, per adeguarlo alle istanze della società. Il vestito finisce così per “potenziare” il corpo, soprattutto quando si parla del corpo dei capi, degli specialisti rituali, dei guaritori, di chiunque detenga una qualche forma di potere. Il potere si veste e lo fa con modalità particolari e anche qui la troppo spesso usata dicotomia modernità/tradizione viene scardinata dalle innumerevoli connessioni tra passato e presente, tra locale e globale. Tanto più che in tutta l’Africa si assiste a un ritorno di forme “tradizionali” di potere, le cosiddette chieftancy o chefferie declinate però in chiave attuale, legate a forme di potere amministrativo, integrate con quello dello stato di appartenenza.

Il libro, corredato da numerose immagini, percorre diversi sentieri del costume. I saggi di Ivan Bargna e Mariano Pavanello affrontano la questione del vestire da un punto di vista teorico, sottolineando l’importanza della funzione rappresentativa che gli abiti rivestono, mettendo letteralmente in scena l’appartenenza a una categoria, una classe sociale, un certo gruppo. Il tessuto kente, per esempio, identifica un vero ghaneano, grazie al suo rimando agli abiti dei capi ashanti.

A connettere l’Africa con il mondo esterno sono, per esempio, i “tradizionali” cappelli a cilindro indossati dai guerrieri di alcuni gruppi della Costa d’Avorio, della Guinea Bissau e della Nigeria e descritti da Monica Blackmun Visonà. Questi cappelli, importati un secolo fa, vengono indossati come fossero elmetti, per dimostrare il potere visibile e invisibile di chi lo porta.

Potere è anche quello dei donso, cacciatori guaritori del Mande (Mali) di cui parla Jean-Paul Colleyn. Il cacciatore gode, presso molte popolazioni, di uno status particolare, non solo per la sua abilità venatoria, ma anche perché conosce i segreti della savana, ha un sapere che i più non condividono e pertanto incute un certo timore reverenziale. Nel caso dei donso potenziamento del corpo messo in atto dall’abbigliamento è quanto mai evidente. Alla casacca vengono cuciti, dentro e fuori, amuleti di tutti i tipi: guaine di cuoio, frammenti di legno, ossa, pezzi di metallo, specchietti, artigli di animale e anche versetti del Corano. A ognuno di questi oggetti/segno corrisponde un “segreto” custodito dal cacciatore che serve a compiere azioni magiche. Magia anche negli abiti indossati per i culti vodù in Togo e Benin di cui parla Alessandra Brivio, che rappresentano un medium per mettersi in contatto con l’invisibile.

Cosa accade quando questi oggetti, così carichi di forza e di energia, spesso misteriose, finiscono in un museo? Quando vengono trasformati da dispositivi rituali o comunque portatori di simboli a oggetti di contemplazione estetica? Ce lo racconta Silvia Forni attraverso le vicende di una tunica fatta di aculei di porcospino, originaria delle Grassland del Camerun settentrionale. Si apre qui l’annosa questione della delocalizzazione degli oggetti, che comporta aspetti negativi, come la sottrazione del reperto al suo contesto locale che lo trasforma da oggetto simbolico a opera d’arte, ma anche positivi in quanto la vendita di tali oggetti (che peraltro vengono poi sostituiti da altri oggetti simili) porta alle economie locali.

Creatività, innovazione e distinzioni di genere sono al centro dei saggi di Letizia Cassina e di Amalia Dragani. Il primo fa riferimento alle trasformazioni degli abiti maschili e femminili nell’Uganda contemporanea, il secondo affronta i diversi modi di indossare il taghelmust, il velo che copre capo e volto dei tuareg. Gli abiti tradizionali possono diventare moderni, attuali, perché come scrive la curatrice nell’introduzione: «gli scenari africani del vestire sono pienamente storici».

Anche il tatuaggio, può essere considerato un modo di “vestire” il corpo in modo permanente e immutabile, come racconta Lidia Calderoli a proposito dei segni che le donne halpulaar’en del Senegal si fanno incidere sulle labbra, per mostrare la loro capacità di sopportare il dolore. Francesca Romana Paci percorre alcune pagine della letteratura africana anglofona per mettere in mostra come l’immagine scritta delle uniformi militari sia stata usata prima per rappresentare i poteri coloniali, successivamente per raccontare le lotte per l’indipendenza e infine per descrivere le forme di potere, spesso autoritarie del potere dell’Africa contemporanea.

Infine Maria Giovanna Parodi da Passano, oltre ad aver curato il libro e ad avere inquadrato la prospettiva teorica dell’opera nella ricca introduzione, conclude questo percorso con un viaggio tra i variopinti tessuti che colorano i mercati africani o i cosiddetti occasional textiles, stoffe su cui viene stampato il volto del presidente locale o di qualche personaggio importante in visita nel paese, come, per esempio, il papa, che esprimo in modo visibile e diffuso il rapporto con il potere. Stoffe che oltre ad affascinare il viaggiatore, raccontano, all’occhio più attento, storie, vite, cambiamenti, aspirazioni e soprattutto un’immensa capacità innovativa e creativa.