Fiston Mwanza Mujila

TRAM 83

Traduzione di Camilla Diez Nottetempo, 2015, pp. 244, € 16,50.

di Fabrizio Floris

C’è vita sul tram

Per parafrasare Plinio il Vecchio, si può dire che dalla letteratura africana viene sempre qualcosa di nuovo e Tram 83 è una bella novità. Il linguaggio è iperbolico, istericamente eccessivo, rapsodico, western, debordante. Il testo non può essere solo letto ma, come la spiritualità africana, va ballato, urlato, pianto.

Il titolo prende il nome dall’omonimo locale della Città-Paese (Lubumbashi): «L’unico posto del pianeta in cui chiunque poteva impiccarsi, defecare, bestemmiare, amoreggiare e rubare senza preoccuparsi affatto dello sguardo altrui». Un luogo dove si respira aria di complicità perché gli sciacalli non mangiano sciacalli. Le notti al Tram 83 sono di vizio, sbronze, danze, sono notti che esistono solo tra un eccesso di birra e l’intenzione di svuotarsi le tasche che esalano minerali di sangue, perché in principio (nella Città-Paese) è la pietra poi venne il kalashnicov.

Qui siamo nel Nuovo Messico, «ognuno per sé e la merda per tutti». Nella Città-Paese tutto va e viene come i nomadi, le pene d’amore, le tensioni, le indipendenze, le guerre di liberazione. C’è solo una regola: ogni giornata è una battaglia in piena regola. Fin dall’alba ci si domanda cosa si mangerà: si pesca, si spiccona, si scava, si raccoglie, s’inventa, si suda, si vende, si scambia, si corrompe, si beve... tutto è liquidabile e sta a ciascuno inventare il proprio sistema.

Non ci sono sofferenze interiori (tutti quelli che vivono nella Città-Paese devono per prima cosa seppellire la loro vita interiore): cominci anatroccolo (giovane prostituta) o biscotto (ragazzo tutto fare) o bambino-soldato. Poi diventi studente in sciopero senza uscita dal tunnel o testa calda... Se in famiglia hai qualcuno che lavora nelle ferrovie lavori nelle ferrovie, o sennò ti areni come una nave sull’orlo della speranza e diventi aspirante suicida, bandito di strada, scavatore dai denti sporchi, meccanico, bivaccatore da marciapiede, commissionario, fattorino per turisti a scopo di lucro (società minerarie internazionali), venditore all’asta di bare di seconda mano... Il tuo destino è segnato, il percorso già tracciato...

La morte non ha alcun significato perché non si è mai vissuto veramente. Si bara con la vita. Ci si inventa una vita da quattro soldi. Si vive solo al Tram 83 dove si brinda, si abbordano ragazze-madri, si fa l’amore nei servizi misti, si sbraitano canzoni che i nonni intonavano nelle miniere, le stesse miniere, ma si esce come si è arrivati: sporchi, nervosi, insolenti, allegri e sprezzanti.

Nella Città-Paese sogni di essere un cane europeo per poter ricevere tenerezza: non passi la notte fuori, le donne e i bambini ti adorano, ti ricoprono di regali, ti aprono la porte della loro stanza. Ma così va la Città-Paese: siete venuti alla luce nelle miniere e nei treni, brulicherete nelle cave per tutta la vita finché si compiranno le profezie. La povertà è ereditaria come il potere, qui viviamo in una tragedia già scritta a cui puoi mettere solo la prefazione. Senza strade, scuole, ospedali tutto è da ricostruire anche l’uomo.