Gianantonio Allegri, Gilberte Bussière, Giampaolo Marta

RAPITI CON DIO. Due mesi prigionieri di Boko Haram

Emi, 2015, pp. 96, € 10,00.

di Elio Boscaini

Il vangelo sotto i tamarindi

Nella notte tra il 4 e il 5 aprile 2014, nel nord del Camerun erano stati rapiti dagli islamisti nigeriani di Boko Haram due preti fidei donum (preti diocesani in servizio missionario) vicentini: Giampaolo Marta di Molina di Malo e Gianantonio Allegri di Schio. Con loro veniva rapita anche una religiosa canadese, suor Gilberte Bussière, allora 75enne, della congregazione Notre-dame de Montréal. I tre lavoravano nella missione di Tchéré-Tchakidjebè, nella diocesi di Maroua-Mokolo.

Passeranno nelle mani dei loro rapitori, in terra nigeriana al confine con il Camerun, in attesa del riscatto, 57 giorni.

Ci è dato ora di leggere il diario che suor Gilberte ha steso di nascosto durante quelle 8 interminabili settimane. Si tratta di una «sorprendente pagina di testimonianza cristiana vissuta dentro il dramma del terrorismo islamista». Nella sua prefazione, l’arcivescovo di Campobasso-Boiano, mons. Giancarlo Bregantini, dopo aver sottolineato l’opportunità «che questo diario venga pubblicato nell’anno santo straordinario, giubileo della misericordia», consiglia il volumetto «come testo di lettura e riflessione per le giovani generazioni», perché «è lode, quasi una “confessione”, ma è anche disegno lucido della situazione in cui vive il cristianesimo delle missioni, in un crescendo di violenza e di persecuzione per i martiri della fede di oggi».

E così leggiamo questo diario che parte dalla notte del rapimento con un viaggio in macchina durato 11 ore – i rapitori dovevano andare su strade-sentieri per evitare le frontiere, in cui «a un certo punto, padre Gianantonio doveva perfino aiutare a innestare le marce perché il conducente non sapeva guidare» al termine del quale arrivano all’«albergo delle mille stelle», come ironicamente battezzano il loro spazio sotto i tre tamarindi, in piena foresta. Là i tre missionari passeranno le giornate, spogli di tutto, ignari di quanto si trattava dietro le loro spalle, nella speranza a lungo disattesa che quello che albeggiava fosse l’ultimo giorno di prigionia.

I loro primi giorni sono confortati dalla celebrazione eucaristica. Nel loro concitato rapimento, i giovani di Boko Haram non avevano dimenticato di raccogliere una borsa. Non avevano l’idea di che cosa fosse: conteneva tutto il necessario per la celebrazione dell’eucaristia. La consegnano ai missionari. Così per quattro giorni, seduti sulla stuoia, celebrano accanto ai loro rapitori, distanti solo 5,6 metri, che «si dedicavano ossessivamente a recitare a voce alta il Corano».

Poi uno di quei giovani s’accorge che quei tre uomini di Dio stanno pregando. La borsa viene ritirata. Ed ecco nel Post scriptum, il commento di don Gianantonio: «Ci è stata tolta la celebrazione eucaristica, ma in fondo non ci è stato tolto il pane eucaristico. Quello fatto dalla parola di Gesù, che ogni giorno abbiamo condiviso, meditato e contemplato, scegliendo brani evangelici, raccontati a memoria».

E poi finalmente la liberazione, il 31 maggio. Una giornata concitatissima, perché fino all’ultimo i nostri prigionieri dubitano della loro liberazione. E suor Gilberte conclude: «Dal giorno della nostra liberazione dappertutto è gioia e ringraziamento in tutto il mondo perché in moltissimi hanno pregato che fossimo liberati. Noi crediamo di essere stati liberati per liberare a nostra volta gli altri».