Paola Pastacaldi

L’AFRICA NON È NERA

Mursia, 2015, pp. 209, €17,00.

di Itala Vivan

Italici smarrimenti. In Eritrea

Il titolo di questo romanzo attira l’attenzione, suggerendo che ci sarebbe anche un’Africa non nera, ossia non degli africani, ma di quei bianchi che la occuparono in una lunga e tormentata storia di colonizzazione. Anche l’Italia ha avuto la sua Africa e i suoi insediamenti, nel più antico dei quali, l’Eritrea, si colloca la vicenda narrata da Paola Pastacaldi che ripercorre attraverso la finzione romanzesca una storia famigliare, nella rievocazione di un mondo sociale e culturale oggi scomparso. L’autrice infatti discende da un nonno che visse in colonia e da una nonna etiope, di Harar, e non affronta questi temi per la prima volta, avendo al suo attivo un precedente romanzo, Khadija, ambientato in Etiopia.

L’Africa non è nera si svolge fra Asmara, Massaua e altre località precisamente disegnate, in un’epoca che va dal 1936 al dopoguerra. Mette a fuoco l’immigrazione veneta nella colonia, sino alla sconfitta nella campagna d’Africa e all’occupazione inglese che porterà alla graduale dispersione dei coloni italiani. In questo quadro si muovono i personaggi italiani – primi fra tutti l’imprenditore trevigiano Francesco Bellio e la figlia Lidia che lo raggiunge in un secondo tempo – e gli eritrei al loro servizio, oltre ad alcuni meticci, come il bel Pietro, di cui s’innamora Lidia. La storia d’amore di Pietro e Lidia è fulminante, come si conviene all’atmosfera da fotoromanzo, e si conclude in un disastro, causato dalle complicazioni culturali del ganimede meticcio e però favorito dalla leggerezza di Lidia, degna figlia di un’Italia dei telefoni bianchi.

L’aspetto interessante del romanzo sta nel restituirci un mondo coloniale falsamente felice, frivolo e incapace di valutare il precario presente e proiettarsi nel futuro: tale atmosfera di agio e facile ricchezza, che non si rapporta al contesto di sfruttamento e oppressione che la circonda e la sottende, è forse il suo più positivo aspetto critico. La vicenda scivola rapida fra balli, falò, ricevimenti e feste, mentre il linguaggio carico ed esuberante non consente di riflettere, perché il clima effimero e fasullo trascina con sé il lettore.

Se i personaggi sono convinti che il loro mondo coloniale sia una sorta di eden, il romanzo non suggerisce possibilità di altre valutazioni. Come se i coloni italiani in Eritrea non potessero che essere razzisti e colonialisti, ciechi dinanzi alla realtà infame in cui si inseriva la loro avventura africana. E come se potessero davvero ignorare che i movimenti di truppe e materiali che passavano di lì in quegli anni andassero ad alimentare la guerra d’Etiopia e i suoi massacri.

Questo libro potrebbe godere del facile favore di lettori nostalgici i quali intendano rivolgere la loro curiosità a illuminare storie personali o famigliari lontane, senza però che esso offra una robusta intelaiatura storica che serva di supporto alle storie, le spieghi e le ridimensioni, ponendone in luce l’assenza di visione politica e le malcelate convinzioni o percezioni razziste.

L’esotismo entra strisciante nelle pagine, soprattutto tramite il linguaggio che non sfugge alla stereotipizzazione di figure e situazioni, complice la voluttà dei sensi che esplode nel calore tropicale, con scene di amplessi descritti con tocchi quasi dannunziani nei particolari delle vesti eleganti indossate soltanto per essere tolte in un baleno, o dei letti coperti da pelli di leopardo e sovrastati da baldacchini.

Una sottotrama esemplare da questo punto di vista è quella della relazione della bianchissima Angela con il nero Abdum, un ex ascaro con cui lei si accoppia voluttuosamente nelle ore notturne, per poi immergersi in un bagno purificatore, «nel biancore trasparente e profumato che fluiva dal rubinetto per scordare le mani scure dalle palme luminose e rosa e la voce che parlava, cantando la musica dei villaggi». Angela è attirata dall’alterità dell’africano che deve rimanere tale, inconoscibile, per mantenere la tensione, l’attrazione sessuale. «Sprigionava dalla pelle di Abdum un nuovo odore, aspro, che le rimaneva sul corpo umido. Ah, le grandi mani, che la stringevano fino a mozzarle il fiato, come la ossessionavano. Talvolta Abdum aveva ripreso a parlarle dei suoi antenati e della sua vita di soldato. Ma Angela non lo ascoltava. Sentiva uno stormire di foglie, un cantare d’acque tra i ciottoli d’un torrente, la sabbia spinta dal vento precipitarla nel soffocamento.»

Anche la relazione fra la giovane Lidia e il meticcio Pietro, un tombeur de femmes di marca coloniale, è costellata di accenti esotici. Lidia fa il suo ingresso ad Asmara diffondendo intorno a sé «un profumo intenso di giovane donna» e si tuffa nella società coloniale in una sorta di «girotondo esaltante», sino a che incontra Pietro che, «disteso sul canapè dell’albergo come un principe arabo», racconta le sue avventure. «Da quando era arrivata ad Asmara», pensa Lidia, «si sentiva di vivere dentro un film, una commedia, insomma dentro qualcosa di irreale, che però accadeva veramente e sfilava davanti i suoi occhi con lei come protagonista».

Gli odori assumono un ruolo primario nel romanzo e contrassegnano emozioni e stati d’animo, sottolineando diversità e caratterizzando alterità razziali. Anche Pietro porta con sé dei sentori particolari, acuti e sconvolgenti, che si preciseranno con crudezza nell’ultima fase della loro relazione, quando Lidia sarà costretta a vivere con la madre del marito e mangiare il piccante zighinì intingendo le dita in un unico piatto posto al centro della tavola. È come se Pietro le imponesse una sorta di regressione non in nome di un apprendistato affettivo, ma come forma di dominazione vendicativa. E così termina la loro breve e turbinosa storia, condita dall’odore violento delle spezie africane.

Qua e là, nel romanzo, nelle precise e dettagliate topografie, si affacciano descrizioni della nuova Asmara, che Lidia scorge quando il padre l’accompagna in centro dopo il suo arrivo. «La città era piena di architetture slanciate, di torri, di strane finestre a oblò, di feritoie, di edifici dai colori albicocca, turchesi, bordeaux, verde lime e oro pallido dagli strambi comignoli. C’erano l’università, l’ospedale, la posta. Le cupole della chiesa ortodossa, rosse e marroni, il minareto azzurro e sottile, il campanile gotico della cattedrale». In questa scena v’è già, in nuce, la vicenda che irretirà la giovane in una via senza uscita: un panorama nuovo anche se con connotazioni tutte italiane, e una vaga esaltazione, uno smarrimento del sé nella dimensione senza confini della colonia.

Se una lezione si può trarre da questo romanzo – il quale si propone di rievocare il mondo e la società coloniale italiana in Eritrea nei pochi anni fra la guerra d’Etiopia e la disfatta della seconda guerra mondiale – è il senso che il nostro colonialismo ha avuto, il suo inevitabile e prevedibile fallimento, la sua rovinosa e meschina illusorietà. E tutto ciò sa di dramma nazionale, più che di avventura da fotoromanzo.