Marco Aime

SENZA SPONDA - Perché l’Italia non è più una terra d’accoglienza

Utet, 2015, pp. 114, € 12,00.

di Raffaello Zordan

Albicocche secche

I brevi capitoli si rincorrono e un po’ si sfidano così come le inclinazioni dell’autore: antropologo che si è dedicato alla culture africane (ricerche in Benin, Burkina Faso, Mali), scrittore proprio perché non può rassegnarsi a calpestare i soli territori della scienza, giornalista che soppesa fatti marginali e invadenti contesti.

Un episodio raccontato in dieci righe – quelle bambine di un villaggio delle montagne dell’Hindukush (Afghanistan), dove a stento si sopravvive, che vanno incontro a lui straniero porgendogli il benvenuto di un po’ di albicocche secche – porta subito ristoro a un’ipotesi di umanità e di civiltà, che di questi tempi sembra smarrita. Tempi che evidentemente vanno e vengono se Bertolt Brecht ai suoi tempi, ci ricorda Marco Aime, già li definiva «di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità».

Ogni capitolo è un richiamo a riflettere sulle migrazioni; sul loro essere un fatto strutturale e non un’emergenza; sui migranti e le ragioni che li fanno muovere; sulle nostre inerzie e rimozioni e indifferenze e identità. Un pungolo a ritrovare una piena cittadinanza, anche. Ma non prima di aver ben capito dove siamo e chi siamo.

E dunque siamo prigionieri della macchina tivù che c’ingozza di immagini e non concede tempo all’elaborazione. Siamo ostaggi di noi stessi, dentro confini burocratici e caricati di valori simbolici, che stabiliscono che l’esercizio dell’umanità europea si esaurisca a trenta miglia dalla costa. Siamo ostaggi della paura fomentata dai politicanti della sicurezza e della tolleranza zero.

Siamo un paese che dimentica tutto troppo in fretta. Ci dimentichiamo perfino che mentre chiudiamo le frontiere ai migranti, le spalanchiamo a ogni sorta di merce in nome di una globalizzazione liberista e competitiva (si pensi al Ttip, il trattato di liberalizzazione commerciale tra Usa e Ue, negoziato sottobanco e contestato dalla campagna “Stop Ttip”).

Siamo anche autolesionisti perché continuiamo a ignorare quello che fior di studi vanno ripetendo: l’Italia ha bisogno di migranti, almeno un paio di milioni entro il 2020, per far fronte al calo demografico, rimpiazzare la forza lavoro, riuscire a pagare le pensioni.

Siamo infine coloro che hanno fatto diventare «il pronome “noi” triste e miserabile. Persino peggio di io, che è più egoista, ma almeno ha il coraggio di metterci la faccia». Eppure, incalza Aime, «abbiamo bisogno degli altri per costruire il “noi”. Quel “noi” che si declina in modi diversi, a dimensione diversa: nazionalismo, etnicismo, localismo, fideismo, ma che si esprime sempre in termini discriminatori, xenofobi e razzisti».

In postafazione, si segnala un’osservazione dell’avvocato Alessandra Ballerini, esperta di diritti umani e di immigrazione. «Chi si occupa di esclusi spesso si vergogna per la loro esclusione. Recuperare fiducia nell’umanità è pratica difficile e necessita di un contatto e di un esercizio di giustizia. Lo storico Gabriele Nissim dice che “i giusti non cambiano il mondo ma salvano la speranza nell’umanità”».

Lampedusa, la terra più a sud dell’Europa, è da sempre un approdo, una sponda. Lo è oggi anche per i migranti. Una lezione di civiltà che l’autore si augura contagiosa.