Andebrhan Welde Giorgis

ERITREA AT A CROSSROADS

Strategic Book Publishing and Rights Co., 2014, pp.661, www.sbpra.com

di Bruna Sironi

Eritrea, il regime dal di dentro

L’autore si è formato negli Stati Uniti negli anni ’60, tra le proteste per la guerra in Vietnam, le marce di Martin Luther King e l’emergere dell’ideologia antagonista di Malcom X. È uno dei fondatori del Fronte popolare per la liberazione dell’Eritrea, che ha portato il paese all’indipendenza e che ancora lo governa con il nome di Fronte popolare per la democrazia e la giustizia. Ha fatto parte del Comitato centrale dalla nascita dell’organizzazione al momento in cui se ne è dissociato, nel 2006, quando era ambasciatore all’Unione Europea. Prima era stato rettore dell’Università di Asmara, governatore della banca centrale, commissario per il coordinamento con la missione di pace. Ora è professore aggiunto di scienze diplomatiche, politica africana e relazioni internazionali alla Libera Università di Bruxelles, oltre a essere consigliere di diverse organizzazioni che si occupano a vario titolo di questioni internazionali.

Questa presentazione si rende necessaria per meglio comprendere il taglio del libro: una narrazione – appassionata e dall’interno – del processo di decolonizzazione, della lotta di liberazione eritrea e dei difficili anni della sua indipendenza, avvenuta nel 1993.

Nei 18 capitoli che compongono il volume si trova un compendio della storia dell’Eritrea. Attenzione viene data alla sua complessità etnica e religiosa, utilizzata spesso, e soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, per far prevalere interessi esterni, a scapito delle aspirazioni della sua gente. L’autore descrive la lunga guerra di liberazione come la storia di un processo di decolonizzazione protratto nel tempo, rispetto agli anni Cinquanta, quando il paese era già maturo per l’indipendenza.

Ma la parte centrale è quella che racconta lo strutturarsi della sua governance dopo l’indipendenza. Vi si legge di una difficoltà sempre crescente delle deboli istituzioni del nuovo stato nel reggere le intromissioni del Fronte e del presidente, che non vogliono adeguarsi alle differenze di ruoli e responsabilità richiesti dalla nuova situazione. Gli organi istituzionali non riuniti regolarmente, decisioni prese al posto e all’insaputa dei ministri competenti, le interferenze con i comandi militari che portarono a gravi conseguenze nella guerra con l’Etiopia. Infine la nascita di un diffuso dissenso interno, venuto drammaticamente allo scoperto il 18 settembre del 2001, quando 11 membri di peso del partito e del governo vennero arrestati e fatti sparire senza accuse e senza processo. La stessa notte subirono la stessa sorte 10 giornalisti.

I segni di un’involuzione autoritaria erano già visibili, ma la guerra di confine con l’Etiopia, evitabile se si fossero affrontati a livello diplomatico e per tempo i problemi di attribuzione dei territori contestati, dice l’autore, ha radicalizzato e velocizzato il processo. A portare il paese alla situazione attuale ha però contribuito anche il rifiuto dell’Etiopia di adeguarsi alle risoluzioni della commissione dell’Aia sui confini.

E il futuro? Vi viene dedicato l’ultimo paragrafo del volume, che è quasi un programma politico, ma così generale che è difficile coglierne eventuali nessi con la realtà attuale del paese. Tuttavia, dice l’autore, i cambi di passo si mettono in moto anche in maniera inaspettata, come dimostrano la caduta del muro di Berlino e la recente storia della Cina, e dunque è necessario aver chiari i passaggi per la ricostruzione di uno stato inclusivo, che sappia dare servizi ai suoi cittadini e sappia mettere in moto un effettivo processo di democratizzazione.