Sostiene mons. Charles Palmer-Buckle

Se la dottrina non cura

L’arcivescovo di Accra (Ghana) ritiene che le situazioni matrimoniali vadano valutate una per una. Con un atteggiamento di ascolto e con attenzione alle famiglie e alle persone bisognose. E dubita che al sinodo ci sia un “fronte dogmatico” africano.

di Redazione

Le voci narrano che al sinodo i vescovi africani voteranno compatti contro l’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati. Non la pensa così Charles Palmer-Buckle, arcivescovo di Accra, il quale sostiene che la questione merita di essere affrontata con attenzione e che deve essere valutato ogni singolo caso. Lo spiega in una recente intervista raccolta da John Allen Jr. della rivista americana Crux, covering all things Catholic.

64 anni, Charles Palmer-Buckle è uno dei quattro membri dell’esecutivo del Simposio delle conferenze episcopali dell’Africa e del Madagascar (Secam) ed è stato eletto rappresentante dei vescovi ghaneani al sinodo sulla famiglia in corso a Roma.

È disposto a votare a favore della proposta suggerita dal cardinale Walter Kasper per la comunione, in determinate circostanze, ai divorziati risposati. E chiarisce: «La decisione spetta ai vescovi locali dopo aver esaminato la situazione. Quando una persona viene da me, devo essere disposto a sedermi con lui, con lei o con la famiglia, per ascoltare e cercare di capire ciò che stanno vivendo ed essere in grado di offrire soluzioni per ogni singolo caso senza fare affermazioni generiche. Non è questione di adottare una nuova legge, perché per quanto riguarda la dottrina sul matrimonio, non credo che la Chiesa muterà posizione. Qui si tratta di sapere come aiutare le persone». Palmer-Buckle è convinto che questa sarà la posizione di papa Francesco al sinodo sulla famiglia.

I vescovi in Africa – questa l’esperienza dell’arcivescovo – si trovano di fronte a una grande varietà di situazioni matrimoniali, che richiedono di essere trattate con una certa flessibilità. Il campo di indagine non comprende soltanto il divorzio, ma anche il matrimonio legato al levirato, secondo il quale la vedova deve sposare il fratello del marito defunto, e la poligamia. «La Chiesa non è lì solo per dire “no al divorzio”. Di fronte alle sfide pastorali in Africa, bisogna fare spazio all’ascolto per vedere come è possibile accompagnare pastoralmente chiunque desideri appartenere sempre di più a Cristo».

Palmer-Buckle racconta il caso di una donna sposata da 35 anni allo stesso uomo dal quale ha avuto dei figli. Il marito ha un’altra o forse altre mogli. La donna chiede di diventare cattolica. «Se dovessi applicare la legge ecclesiastica così com’è, dovrei dirle di troncare la relazione coniugale. Se dovessi agire così, però, questa mamma e i suoi figli direbbero: “La Chiesa ha distrutto la nostra famiglia”. Come pastore, lo dico sinceramente, passerei notti insonni. In quel contesto, il vescovo dovrebbe agire come un medico, che si mette a cercare, tra le medicine che la Chiesa ha a disposizione nello scaffale, per decidere quale può essere più utile per curare il paziente».

Riferendosi al magistero di papa Francesco, l’arcivescovo sottolinea che «il Santo Padre ha esplicitamente detto che la dottrina della Chiesa resta il punto di perfezione, ma che tutti noi portiamo dentro ferite. Per questo motivo Cristo è venuto, per chi è ammalato, ferito e bisognoso. Se una persona si sente ferita nella sua esperienza coniugale ed è in difficoltà, che cosa dobbiamo fare? Questo è il problema in cui si dibatte la Chiesa».

L’arcivescovo di Accra respinge l’impressione che al sinodo l’Africa avrà una posizione unanimemente contraria a ogni deviazione dalla tradizione nell’ambito della morale sessuale e famigliare. E ribatte: «Non credo proprio che noi africani siamo talmente dogmatici e rigidi».

Pressioni indebite
Mons. Palmer-Buckle tocca anche la questione del “colonialismo ideologico”. La definizione è di papa Francesco e si riferisce ai tentativi da parte di organismi non governativi e di agenzie internazionali di costringere i governi dei cosiddetti paesi in via di sviluppo ad adottare un’etica sessuale “liberale” sull’aborto e la contraccezione. Palmer-Buckle non ha dubbi: «Non è solo un’ipotesi. Si tratta della realtà. La pressione c’è. Viene dalla Banca mondiale, dal Fondo monetario internazionale, dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione. Tutte istituzioni portatrici di queste ideologie. Che sono secolari, quasi anti-religiose, e vengono assunte anche dalle organizzazioni non governative».

Il prelato racconta che quando negli anni ’90 era vescovo di Koforidua, una diocesi più piccola di Accra, era responsabile di quattro ospedali e undici centri sanitari a servizio di una popolazione all’85 % non cattolica, concentrata in un’area rurale tra le più povere del paese. Non gli fu possibile ottenere finanziamenti dall’Onu nella lotta contro la malaria perché la Chiesa non si era adeguata alle posizioni “occidentali” sul gender e perché nelle strutture sanitarie della diocesi non si distribuivano contraccettivi e non si praticava l’aborto.

A novembre, papa Francesco si recherà per la prima volta in Africa. Charles Palmer-Buckle prevede che il suo viaggio in Kenya, Uganda e Centrafrica sarà un successo perché la figura di Francesco esercita un’attrattiva speciale in Africa: «Sembra avere la stoffa vera del pastore. Usa un linguaggio come quello di un padre ed è diretto nel parlare. La gente comune in Africa ama il papa, in particolare questo».

In qualità di rappresentante del Secam, l’arcivescovo esprime il desiderio che venga riconosciuto all’organismo ecclesiale lo status di osservatore all’Unione africana. Per un motivo semplice: «In questo modo la Chiesa potrà fare meglio sentire la propria voce. L’Africa è cresciuta e gradualmente sta occupando il posto che le spetta sia nell’ambito della comunità internazionale sia in quello della Chiesa cattolica universale».