Ferdinando Fagnola

VIAGGIO A BANDIAGARA

Officina Libraria, 2015, pp. 328, € 48,00.

di Marco Aime

L’esploratore riscoperto

Il popolo dogon, con i suoi villaggi che sembrano presepi arroccati alla roccia, nell’immaginario europeo è legato soprattutto al nome dell’etnologo francese Marcel Griaule, che lo rese celebre grazie ai suoi studi prolungati e al celebre libro del 1948 Dio d’acqua. Griaule “scoprì” i dogon nel 1931, durante la missione etnografica Dakar-Gibuti, ma oltre un ventennio prima ci fu un altro francese che, partito da Timbuctu, arrivò ai piedi della falaise di Bandiagara nel Mali meridionale e che descrisse, tra le tante cose incontrate sul suo cammino, anche questo popolo.

Nonostante abbia scritto un libro denso e corposo dal titolo Le Plateau Central Nigérien (1907) Louis Desplagnes, questo era il nome del luogotenente francese, non è entrato nel pantheon degli esploratori dell’Africa. A rendergli giustizia è oggi Ferdinando Fagnola, architetto torinese, appassionato intenditore di arte dogon e da una quarantina di anni frequentatore della falaise.

Rendere giustizia è dire poco, infatti Fagnola non si limita a raccontarci il viaggio di Desplagnes, arricchendolo con i bellissimi disegni tratti dai cahiers dell’esploratore, ma ha ripercorso con attenzione, acume e competenza lo stesso cammino per ben due volte, alla ricerca di ciò che è cambiato, ciò che è rimasto, ciò che è scomparso da quel 1905 in cui avvenne la missione. Il risultato è un libro di ampio respiro, corredato di bellissime immagini d’epoca e contemporanee, dalle quali emerge non solo il paragone tra luoghi, manufatti e costruzioni tra passato e presente, ma anche tutto il fascino dell’estetica dogon che si esprime attraverso i numerosi oggetti ritratti.

Il libro si divide in tre parti: la prima racconta l’incontro dell’autore con la figura di Desplagnes,

avvenuta attraverso una piccola scultura lignea, che lo spinge a immergersi nel mondo del mito dogon e poi un inquadramento storico della vita e della missione del francese, messa a confronto con quella di Griaule. Il tutto non solo ampiamento documentato, ma sempre condotto con spiccato spirito critico.

Nella seconda parte il viaggio di Desplagnes e quelli di Fagnola si intrecciano in un gioco di specchi tra l’ieri e l’oggi, alla luce di descrizioni minuziose ricostruite attraverso i diari e il libro dell’esploratore e verificate sul terreno con perizia da storico e da antropologi professionisti. E anche da archeologo, perché la sensibilità di Fagnola per le forme, non dimentichiamo che è un architetto, unita a una profonda conoscenza della cultura dogon e della vasta letteratura che su di essi è stata scritta, fa sì che le sue riflessioni siano spesso profonde e originali.

Questa competenza emerge in pieno nella terza parte, dove l’autore, dopo averne messo in luce l’eredità culturale intraprende, all’ombra di Desplagnes, un suo viaggio nel mondo dogon, attraverso lo studio e l’analisi di alcuni luoghi particolarmente rappresentativi non solo dei dogon “classici”, ma anche delle molte e innumerevoli trasformazioni che questa società ha subito nel tempo. Qui il linguaggio, senza mai perdere di rigore, si fa più poetico e rivela tutto l’amore dell’autore per questo mondo dove saperi antichi e tradizioni nuove si sono da sempre, e continuano a farlo) intrecciate per dare vita una cultura tra le più affascinanti dell’area saheliana.

Un libro, quello di Fagnola, che nonostante la grande mole di opere scritte sui dogon, riesce a stupire il lettore, anche il più esperto e non può che affascinare tutti coloro che vogliono avvicinarsi al mondo dei dogon del Mali.