Bona Malwal

SUDAN AND SOUTH SUDAN - From One To Two

Palgrave Macmillan, St Antony‚Äôs Series, 2015, pp. 216, £. 68,00.

di Efrem Tresoldi

Di indipendenze e di guerre

Chiunque si accinga a studiare la storia del Sudan non può prescindere dall’analisi che Bona Malwal traccia a partire dal 1956, anno dell’indipendenza dal regime coloniale inglese, fino ai giorni nostri. Ci si rende conto di come la tragedia della guerra civile che ha sconvolto il paese dal 1956 al 2005 – con un periodo di pace dal 1972 al 1983 – sia stata causata dalla decisione dell’ex potenza coloniale tenere in un unico blocco nazionale il sud, abitato da popolazioni nere di religione tradizionale e cristiana, e il nord arabo e musulmano.

Malwal, uomo politico e giornalista sudsudanese, ha partecipato alla vita politica sia del Sudan che del Sud Sudan per oltre mezzo secolo. La lettura che offre degli accadimenti risente di questo suo percorso. È stato per un breve periodo ministro della cultura e dell’informazione del Sudan ed è considerato uno degli architetti e promotori del diritto all’autodeterminazione del Sud Sudan. Per questa sua posizione, ebbe a scontrarsi con John Garang de Mabior (1945-2005), storico leader dell’Esercito di liberazione del popolo sudanese (Spla), che era contrario all’autodeterminazione delle regioni meridionali e perseguiva il sogno del “Nuovo Sudan”, sotto la sua leadership.

Severo il giudizio di Malwal su Garang, con cui peraltro mantenne un rapporto di rispetto: gli attribuisce la responsabilità di aver prolungato inutilmente la guerra civile, durata 21 anni, soltanto per voler inseguire l’irraggiungibile obiettivo del Nuovo Sudan. Se Garang – è la tesi dell’autore – si fosse orientato verso l’autodeterminazione del sud si sarebbe giunti molto prima a negoziare la pace con Khartoum, accordo che fu firmato soltanto nel 2005.

Una volta raggiunta l’indipendenza del Sud Sudan – 9 luglio 2011 –, Bona Malwal si è ritirato dalla vita politica, continuando però a seguire gli sviluppi della più giovane nazione dell’Africa. Non nasconde il disappunto nei confronti del governo di Juba, che liquida con un giudizio inappellabile: «Il Movimento di liberazione del popolo sudanese (il partito al potere) ha dimostrato di non essere in grado di creare una organizzazione politica capace di governare il paese». E, potremmo aggiungere, che non sa o non vuole trattare seriamente con gli avversari politici per ristabilire la pace dopo lo scoppio della guerra civile iniziata il 15 dicembre 2013.

Quel giorno – secondo la versione di Malwal – Riek Machar Teny tentò il colpo di stato per spodestare il presidente eletto Salva Kiir Mayardit. Ma questa interpretazione è fortemente contestata da altri, anche in seno alla comunità internazionale, che puntano il dito contro il presidente in carica colpevole di aver lanciato l’offensiva militare del 15 dicembre per eliminare Riek Machar, suo principale rivale alle elezioni presidenziali previste nel 2015 e poi rinviate.

L’autore appartiene, alla stregua di Salva Kiir, all’etnia maggioritaria denka in aperto conflitto con i nuer, il secondo gruppo etnico più numeroso, a cui appartiene Riek Machar. Tanto basta per comprendere quanto influente sia la componente etnica nella lettura della tragica realtà della guerra civile in corso.