Gibuti / Rotte migranti

Snodo migratorio

Il flusso da Gibuti verso i paesi del Golfo sarebbe aumentato da quando le coste libiche si sono fatte più pericolose. Nonostante siano oggetto di pesantissimi abusi, etiopici, eritrei e somali pensano che sia un prezzo da pagare per guadagnarsi un futuro.

di Bruna Sironi

Le rotte migratorie che attraversano l’Africa non si dirigono solo verso le coste del Mediterraneo. Una, molto frequentata in relazione ai paesi interessati, attraversa il Mar Rosso e il Golfo di Aden per raggiungere i paesi del petrolio, nella penisola arabica. Su questa rotta Gibuti è il più importante paese di transito.

Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, Oim, sono almeno 100mila all’anno le persone che si avventurano su questo percorso, accidentato quanto quello che porta i migranti, attraverso il deserto del Sahara, sulle coste del Mediterraneo e poi in Europa. Nel 2014, sono stati 82.680 le persone identificate e 265 le vittime accertate durante il viaggio. Nulla si sa di coloro che non sono passati dai campi di transito dell’Oim, cui di solito si rivolgono solo i migranti in cerca di servizi, quali cure mediche, informazioni o assistenza per il rimpatrio. Il campo di transito più importante a Gibuti si trova appena fuori Obock, nel nord del paese, il villaggio che fa da meta al viaggio dall’Etiopia e da scalo per lo Yemen, ultima tappa prima del confine dell’Arabia Saudita e dell’agognato lavoro. Gli etiopici sono almeno l’80% di questo flusso migratorio. Il restante 20% è costituito da somali ed eritrei.

Impuniti.
Per chi arriva sull’altra costa del golfo di Aden, però, i problemi sono tutt’altro che finiti. A maggio 2015, Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto dal titolo indicativo: I campi di tortura dello Yemen. Abusi sui migranti dei trafficanti di esseri umani in un clima di impunità. Secondo il rapporto, la tratta, ben organizzata fin dal 2006, si avvale di una rete che si estende a Gibuti, Etiopia, Somalia e Arabia Saudita. Sulla costa dello Yemen, secondo stime di funzionari governativi yemeniti, intervistati per l’occasione, ci sarebbero almeno una trentina di campi. Uno dei sopravvissuti ha raccontato di essere stato accolto con un drammatico saluto: «Benvenuto all’inferno». Il riscatto costa dai 200 agli oltre 1000 dollari, una cifra enorme per chi si muove da aeree rurali tra le più povere del pianeta, dove la circolazione monetaria è ancora molto limitata. Infatti, spesso per pagare il riscatto la famiglia è costretta a privarsi di tutti i mezzi di sussistenza e a ridursi alla miseria. (...)

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