Gibuti

Il guardiano delle rotte

È tra le nazioni più rilevanti per la sua posizione geostrategica e per il controllo delle tratte commerciali. Ma è anche territorio di scontri per i suoi vicini invadenti, come Eritrea ed Etiopia. Importante lo sviluppo delle infrastrutture. Sospetti i flussi finanziari che lo attraversano.

di Bruna Sironi

Gibuti, un paese grande come la Toscana, è certamente tra i posti di maggior importanza geostrategica al mondo. È in una posizione privilegiata per controllare una vasta area, ricca di risorse strategiche e a cavallo tra due continenti: incastonato sulla costa africana – tra l’Etiopia, in grande espansione economica e che non maschera le ambizioni da potenza regionale, e la Somalia, ancora tutt’altro che stabile e base di gruppi terroristici in espansione – e proteso verso la Penisola arabica in fiamme, da cui è separato dallo stretto del Bab el Mandeb, largo una trentina di chilometri appena.

La sua importanza è sempre stata rilevante, a guardia com’è delle rotte commerciali che dall’Europa, attraverso il Mar Rosso, raggiungono l’Africa meridionale e l’Asia. Ma il suo peso è aumentato negli ultimi 15 anni, con il progressivo deteriorarsi della situazione regionale e con lo stabilizzarsi di quella del paese.

Potere etnico.
Gibuti sembra aver superato in modo pragmatico i problemi dei rapporti, a lungo conflittuali, tra i due gruppi etnici che formano la stragrande maggioranza della popolazione: i somali del clan Issa, stanziati nelle regioni meridionali – che comprendono anche la capitale in rapida crescita economica e demografica – e la numerosa minoranza afar, 35% del totale, originaria delle province settentrionali di Tadjoura e Obock, che visibilmente necessitano di interventi strutturali di sviluppo. Dopo un decennio di guerra civile, gli afar sono stati associati al potere, dal quale erano stati a lungo esclusi. Ora il presidente, Ismail Omar Guelleh, in carica ininterrottamente dal 1999, è l’esponente di una importante famiglia somala, mentre il primo ministro, Abdoulkader Kamil Mohamed, nominato dal presidente stesso, ha recentemente sostituito Dileita Mohamed Dileita, primo afar a occupare la carica.

Questo è bastato per mettere la sordina alla ribellione, ma non a domarla del tutto. Una fazione radicale del fronte afar, Fronte per la restaurazione dell’unità e la democrazia (Frud), è ancora attiva nelle valli impervie dei monti Mabla, nella provincia di Obock, a ridosso del confine eritreo e del corridoio di collegamento con l’Etiopia. Una zona particolarmente delicata e una situazione potenzialmente esplosiva, in cui giocano un ruolo importante le rivendicazioni territoriali eritree su Ras Doumeira, una penisoletta all’imbocco meridionale del Mar Rosso, per cui si sono già avuti diversi scontri armati tra i due paesi (l’ultimo nel 2008), in prossimità di infrastrutture strategiche per lo sviluppo dell’economia etiopica, cioè il nuovo porto di Tadjoura; la strada asfaltata che arriverà fino al Tigray, passando per il posto di frontiera di Bahlo; e la ferrovia che collegherà il porto a Makallè.

Eritrea ed Etiopia si confrontano duramente nel Corno d’Africa dal 1998, dopo che una guerra di confine non ha mai potuto trovare soluzione a causa del rifiuto etiopico di ritirarsi da piccole sacche di territorio assegnato all’Eritrea da una commissione internazionale. Asmara è stata accusata, in diverse occasioni, di destabilizzare i suoi vicini e di fomentare conflitti in funzione anti etiopica; in questa zona le condizioni e le ragioni ci sarebbero tutte. Infatti, a Gibuti sono sicuri che il Frud è sostenuto, logisticamente e militarmente, dall’Eritrea, anche grazie al fatto che gli Afar abitano una vasta, impervia e inospitale regione a cavallo tra Gibuti, Eritrea ed Etiopia. (...)

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