Ngugi Wa Thiong’o

Decolonizzare la mente

Traduzione di Maria Teresa Carbone Jaca Book, 2015, pp. 126, € 14,00.

di Fabrizio Floris

Africa a lingua sciolta

Si è scritto molto di colonizzazione e impatto sulla vita degli abitanti delle colonie, ma c’è un aspetto che forse non è stato attentamente analizzato e che il keniano Ngugi Wa Thiong’o, uno dei maggiori scrittori africani viventi, prova a colmare con questo libro: la lingua. A suo avviso a Berlino nel 1884 si sono sancite non solo le frontiere dell’Africa, ma c’è stata anche una divisione linguistica secondo i termini delle lingue europee: paesi africani di lingua inglese, di lingua francese, di lingua portoghese.

La lingua diventa così per gli abitanti una frontiera. Perché la scelta della lingua e dell’uso ad essa assegnato è centrale per la definizione che un popolo dà di sé in relazione con il proprio ambiente naturale e sociale. La lingua estranea ti rende straniero nel tuo territorio. Secondo Wa Thiong’o, la scuola in inglese spezza il legame tra lingua e cultura: il gesso delle lavagne è stato più pervasivo delle pallottole perché ha soggiogato le anime. Infatti, la lingua estranea decontestualizza l’esperienza umana e la percezione della realtà perché non si è più in grado di nominarla. La lingua diventa elemento di istruzione, non vissuto emotivo: non nomina la vita quotidiana.

Così l’istruzione scolastica anziché instillare nelle persone la fiducia nella propria capacità di superare gli ostacoli o, in quanto esseri umani, di padroneggiare le leggi che regolano la natura esterna, tende a mettere in risalto le loro imperfezioni, le loro carenze, le loro inadeguatezze di fronte alla realtà e soprattutto la loro incapacità di agire sulle condizioni che governano la loro vita. Il risultato è l’alienazione sempre maggiore da sé e dal proprio ambiente naturale e sociale.

L’Africa ha, pertanto, dovuto imparare a guardare all’Europa come sua maestra, al centro della civiltà umana, e a se stessa come un’allieva. In questo modo la cultura occidentale è diventata centrale nei processi di apprendimento africani e l’Africa è stata relegata sullo sfondo. Nel contempo, l’Africa ha assunto acriticamente valori che le erano distanti, svilendo la ricchezza del suo patrimonio culturale e relegando la sua gente come primitiva e selvaggia.

In sintesi la lingua è stata non solo un mezzo di comunicazione, ma ha trasmesso una cultura che ha dato una visione alle persone in cui il centro è l’Europa. Quello di Wa Thiong’o è un cammino, un percorso personale e di intellettuale pubblico che lentamente cerca di decolonizzare il suo ruolo, il suo agire e, attraverso l’incontro con una donna di un villaggio, inizia la ricerca di una nuova strada quella che chiama della rilevanza (dell’Africa). Questo percorso lo porta a liberarsi della colonia interiore soprattutto attraverso il teatro e la costruzione dei testi in lingua gikuyu con i contadini. Il teatro, ricorda, ero uno “spazio vuoto” dove i drammi del popolo venivano messi in scena. La sua crescente consapevolezza e attivismo lo porteranno in carcere dove la sua riflessione lo porterà ad essere parte di quei milioni che dormono non per sognare, ma per sognare di cambiare il mondo.