Ryszard Kapuscinski

Stelle nere

Feltrinelli, 2015, pp. 128, € 12,00.

di Fabrizio Floris

I dettagli del giornalista

Otto reportage. Scrittura semplice, effetti magistrali perché nel fiume della cronaca Kapuscinski offre un punto di vista originale, coglie la Storia. E mentre la cronaca invecchia, la Storia sembra avere una sua forza che si rafforza col tempo. Per questo il libro, pur essendo stato scritto nel 1959-61, non è consunto dal tempo.

Kapuscinski, giornalista e scrittore (1932-2007), ha una serie di peculiarità che rendono i suoi testi fenomenali: è un reporter polacco (cioè povero), di un’agenzia di stampa (povera), di un paese in bilico (la Polonia), questo gli permette (lo obbliga, per via del budget limitato) di stare a contatto con le persone, ma allo stesso tempo, essendo giornalista e bianco, ha accesso ai palazzi del potere. In sintesi è un bianco atipico, un terzo come terzi sono i paesi che attraversa, ma poi c’è lui con la sua capacità di vedere la Storia nei dettagli. Quando racconta dei grandi leader ne percepisce il carattere, i tratti personali che determinano le scelte politiche che faranno, anche a partire dai luoghi in cui stanno.

Antoine Gizenga è il vice primo ministro del governo centrale di quello che oggi si chiama Repubblica democratica del Congo (1960-1961), sta in una stanza piccola con l’aria condizionata, una scrivania in metallo e un telefono. Nient’altro. «Letteralmente nient’altro: pareti nude, scrivania sgombra, pavimento in cemento, una cella. Dopo un anno Gizenga è prigioniero del governo, sta sempre nella stessa stanza, ha sempre quattro gendarmi di guardia ebbri di birra, ma le sdraio del giardino sono girate dalla parte opposta (ecco il dettaglio). Bastano le sdraio a descrivere la situazione politica. Sdraio rivolte verso l’esterno: l’uomo politico è al potere e i gendarmi fanno la guardia. Sdraio rivolte verso l’interno: l’uomo politico è prigioniero e i gendarmi lo sorvegliano».

Poi per la prima volta c’è un testo dai tratti esilaranti. «Ai coloni e alle colone, soggetti alle generali e imparziali leggi fisiologiche, capita talvolta di avere dei figli, i colonucci. Com’è naturale soffrono di raffreddore, diarree e crosta lattea e, com’è naturale, vengono accuratamente protetti dal sole, ragion per cui sono sempre pallidi. Ogni bambino ha la sua bambinaia. Insieme all’arte del camminare, ogni bravo colonuccio impara anche quella di picchiare i neri, a cominciare dalle bambinaie. Le mamme colone ne sono contente perché così i loro figli assorbono fin da piccoli il disgusto per i nativi. Poi i piccoli coloni vengono portati a scuola in automobile... poi il giovane colono impara a guidare l’automobile. Una volta che ci ha preso la mano può dedicarsi al suo sport preferito: avvicinarsi ai neri, buttarli fuori strada con il parafango e fargli prendere un bello spavento. Questo svago il colonuccio lo pratica in compagnia della colonuccia del cuore, che gli sta accanto felice come una pasqua e tanto, tanto orgogliosa del suo honey, così bravo».

Chinua Achebe, famoso scrittore africano recentemente scomparso, amava dire che, finché i leoni non avessero avuto i loro storiografi, la storia della caccia sarebbe stata solo una celebrazione del cacciatore. Ebbene in questi reportage Kapuscinski descrive l’Africa e gli africani dal punto di vista dei leoni e non dei cacciatori. Da non perdere.