Domenico Quirico

Il Grande Califfato

Neri Pozza, pp. 234, € 16,00

di Gianni Ballarini

Il Califfato dal vivo

Se si potesse riassumere il libro in una parola, sceglierei l’avverbio “davvero”. Nel senso di, sul serio. Veramente.

Domenico Quirico, con la sua galoppata dal vero nei territori del risorgente Califfato, ci incita a prendere tremendamente sul serio il progetto di uno stato islamico. Che progetto non è più. Esiste già. Davvero. «L’insorgenza globale islamista è ormai un fatto», scrive l’inviato de La Stampa nel suo Il Grande Califfato. E non lo dice (o scrive) per sentito dire o perché l’ha letto in qualche analisi geopolitica. Anzi, ripudia le teorie (magari complottiste) da salotto di quegli intellettuali «abbarbicati alle loro cattedre universitarie, ai loro convegni negli alberghi a 5 stelle, agli assegni dei loro editori che hanno aiutato il califfo a costruire il suo regno di sangue: saltimbanchi dell’ottimismo politicamente corretto che paghiamo perché ci dicano quello che vogliamo sentirci dire». Delle teorie astratte non sa che farsene. Quegli «idealisti che credono che la sharia sia la migliore condizione possibile dell’umanità», lui è andato a stanarli. A incontrarli. A parlarci. Ci è pure rimasto “ostaggio” in Siria. Paese tra i tanti descritti in questo racconto dei luoghi della geografia jihadista: dalla Cecenia, alla piana di Ninive; dalla Libia della guerra per bande, al quartiere Bab El Oued, che domina la casbah di Algeri dove è nato il fondamentalismo che porta dritto al califfato di Abu Bakr; dalla Tunisia dei 5mila militanti jihadisti partiti per battersi in Siria, al deserto sahariano e saheliano, dove il terrorismo si mischia alla criminalità organizzata; dalla Somalia degli al-Shabaab, alla Nigeria del nordest, attraversata dalla violenza dei Boko haram.

Come una macchina fotografica, Quirico è nei luoghi dove si materializza il Califfato. «Perché non si può scriverne da casa, leggendo le agenzie. Bisogna andare, cercare, scrivere i pezzi in loco altrimenti prevale la superficialità che veicola certe stupidaggini». E il suo viaggio non poteva che finire nel Poitou (il giardino di Francia), dove nel 732 le armate dei Franchi, guidate da Carlo Martello, fermarono l’avanzata nel cuore d’Europa dell’esercito arabo-berbero musulmano di al-Andalus.

Un ritorno al passato “eroico” contrapposto all’oggi di un mondo occidentale che chiude gli occhi. Un «mondo, democratico e tollerante», che si restringe sempre più «in attesa dello schiaffo e della iniziativa degli altri. Abbiamo accettato come un fatto compiuto il califfato di Mossul. Ora accettiamo l’emirato di Bengasi e poi quello di Tripoli e di Maiduguri e di Gao e chissà quali altri. Fidando nella decrepita sottigliezza del nostro genio del compromesso e del distinguo». Ma «l’odore di putrefazione che emana il nostro tramonto» non fa che nutrire il radicalismo islamico che si alimenta della «sproporzione che c’è tra l’umiliazione che l’Occidente ha imposto all’Islam e la nostra attuale fragilità».

Mentre il Califfato è un’istituzione che attira e seduce. E non quelli (o non solo quelli) che una certa saggistica (anche confessionale e dei buoni sentimenti) ritiene gli islamici che sbagliano. Che mal interpretano il libro. I violenti. Ma anche i cosiddetti “buoni”. E Quirico ne descrive molti. Anche alcuni tra i suoi carcerieri. Perché il libro è soprattutto una carrellata di volti. Di nomi. Di paesaggi. Di strade. Di odori. Di incontri. Nelle 43 pagine dedicate al deserto («Il Dio dell’Islam è anche il Dio dei grandi deserti») l’autore ti trasporta in quel mondo incatenato dai confini e ti fa respirare la sabbia, i suoi venti, le sue pietre. Davvero.