Colette Braeckman

Rwanda. Mille collines, mille douleurs

Nevicata, 2014, pp.96, € 9,00

di Raffaello Zordan

Obbedisco quindi sono

Si può inciampare nel Rwanda. Anche se te ne occupi da trent’anni. È accaduto alla giornalista belga (Le Soir, Bruxelles) Colette Braeckman, specialista dei Grandi Laghi, nota alla platea di chi si occupa di politica internazionale per le sue analisi su Le Monde Diplomatique.

In questo libricino – elegante e apparentemente sentimentale – ammette di trovarsi disarmata di fronte al carattere e alla cultura ancestrali della società rwandese. Una società guerresca, strutturata gerarchicamente, un reame capace di una forte coesione lungo una precisa catena di comando. A quella cultura, consolidata ben prima dell’impatto con i colonizzatori ottocenteschi, si richiama Paul Kagame, da vent’anni l’uomo forte di Kigali.

La cronista ficcanaso conferma le sue analisi sulle cause del genocidio del 1994 e sugli errori e le sulle omissioni dei belgi, dei francesi, dell’Onu. E ricorda l’indifferenza di taluni preti e religiosi durante i massacri (in tre mesi, persero la vita oltre 500mila tutsi e hutu moderati). Eppure non può far a meno di rimarcare che il memoriale del genocidio sulle colline di Gisozi denuncia soprattutto i fattori esterni che lo hanno innescato e minimizza le responsabilità profonde del popolo rwandese nel suo insieme.

Mentre continua a sostenere che Kagame «è riuscito a gestire l’ingestibile» e a magnificare le scelte del regime in termini di sviluppo economico, sicurezza e diritti delle donne, la Braeckman rileva che dietro l’apparente ordine (mantenuto anche dai soldati con armi pesanti che ogni giorno alle 17.00 spuntano nelle città) le ferite sono rimaste aperte. Le tensioni non si esprimono pubblicamente ma ci sono. Confessa: «Mi sfugge l’anima di questo paese. La sua verità mi è dissimulata. Malgrado le amicizie allacciate negli anni, i miei interlocutori si sottraggono o si limitano a parole di circostanza».

E a proposito delle interferenze rwandesi nei paesi vicini, Rd Congo su tutti, sostiene che la virtù dell’ubugenge (intelligenza tagliente che va a cercare altrove ciò di cui il paese ha bisogno) «è condivisa dai cittadini di tutte le etnie. Questo popolo è più vasto delle sue frontiere fisiche». Tesi condivisa da Jean-Pierre Chrétien, professore di storia all’Università del Burundi, che, intervistato dalla Braeckman, afferma che è sbagliato ridurre il dominio dell’aristocrazia tutsi, nel passato, a una sorta di terrore militare: «C’era un contratto sociale fondato sulla forza, la paura e l’abilità. Un tale regime non può durare a lungo senza l’adesione».

Dunque tutsi e hutu hanno condiviso una modalità poliziesca e autoritaria di gestire i problemi. Tutto sotto traccia. Non a caso, conclude Chrétien, nel 1994 la Francia non aveva previsto che i suoi alleati hutu potessero pianificare un tale massacro…

A seminare ulteriore inquietudine, ci pensa Dorcy Rugamba, coreografo e coautore dello spettacolo Rwanda 94, nell’intervista che chiude il libro: «I rwandesi sono abituati ad avere un capo, un uomo forte, i cui ordini eseguono senza discutere. (…) Una tale capacità di obbedienza può esercitarsi per il meglio o per il peggio, è un’arma a doppio taglio».