I 15 anni della Campagna “banche armate”

Tempo di rilancio

È giunto il momento di tracciare un bilancio della Campagna lanciata da Missione Oggi, Mosaico di pace e Nigrizia, in occasione del Grande Giubileo del 2000. Ma diventa indispensabile anche rinnovare alcune proposte, oggi ancor più necessarie e urgenti.

di Giorgio Beretta
La Campagna di pressione alle “banche armate” compie quindici anni. Due gli obiettivi che si era posta in occasione del Grande Giubileo del 2000. Mobilitarsi, anche cambiando banca, per cercare di portare gli istituti di credito a emanare direttive restrittive, rigorose e trasparenti sulle operazioni in appoggio alle esportazioni di armi e, più in generale, riguardo a tutte le attività di finanziamento alle industrie militari. In secondo luogo, mantenere alta l’attenzione del mondo politico e delle associazioni, laiche e cattoliche, sulle autorizzazioni rilasciate dall’esecutivo per le esportazioni di armamenti. 
Se il primo obiettivo si può dire sufficientemente raggiunto, almeno da parte dei principali gruppi bancari italiani, per quanto riguarda il secondo va segnalato, invece, il recente forte incremento di esportazioni di sistemi militari dall’Italia verso i paesi in zone di conflitto, a regimi autoritari, a nazioni altamente indebitate, che spendono rilevanti risorse in armamenti e alle forze armate di governi noti per le gravi e reiterate violazioni dei diritti umani. Allo stesso tempo, è da segnalare il venir meno del controllo parlamentare, con un’informazione ufficiale sempre più erosa, tanto che oggi è impossibile conoscere con precisione dalla Relazione governativa le operazioni autorizzate e svolte dagli istituti di credito per esportazioni di armamenti. Proprio per questo, in novembre, la Campagna, assieme alla Rete italiana per il disarmo, ha inviato una lettera ai gruppi parlamentari chiedendo di riprendere il controllo delle esportazioni di armamenti e di attivarsi affinché nella Relazione governativa venga ripristinata la completa informazione richiesta dalla legge che regolamenta questa materia (la 185 del 1990).
Le risposte delle banche. Le risposte dei gruppi bancari alle richieste della Campagna si possono suddividere in quattro categorie. Alla prima appartengono i gruppi che hanno emesso direttive di esclusione di tutte o di buona parte delle operazioni di esportazione di armamenti e che hanno dato una precisa comunicazione e dettagliato reporting su tali operazioni. Oltre a Banca Popolare Etica, che fin dalla sua fondazione ha escluso dalla propria attività queste operazioni, si devono citare le banche del gruppo dei Monte dei Paschi, di Intesa Sanpaolo, della Banca Popolare di Milano, del Banco Popolare e del Credito Valtellinese. 
 Alla seconda categoria appartengono le banche che hanno emesso direttive che limitano con chiarezza e rigore le operazioni di esportazione di armamenti e che hanno dato una costante e dettagliata comunicazione in merito a tali operazioni. Tra queste vanno annoverate le banche del gruppo UBI Banca, che già nel 2007 ha definito una direttiva molto restrittiva – applicata anche alle armi di tipo non militare – pubblicando annualmente un accurato resoconto sulle operazioni svolte. Anche il gruppo BPER (tra cui, Banca Popolare dell’Emilia Romagna e Banco di Sardegna) ha emanato una direttiva abbastanza rigorosa e ha cominciato a fornire un puntuale resoconto delle operazioni in questo settore che, comunque, sono rimaste molto limitate. Da segnalare positivamente anche le recenti direttive emanate a livello internazionale dal gruppo bancario francese Crédit Agricole, che in Italia controlla il gruppo Cariparma: sebbene sia ancora presto per darne una valutazione adeguata è importante notare che il “Bilancio sociale 2013” presenta diverse informazioni importanti. Anche nei confronti di queste banche è necessario continuare il monitoraggio e soprattutto chiedere ai gruppi Cariparma-Crédit Agricole e anche a BPER di migliorare le proprie direttive e la rendicontazione.
Alla terza categoria appartengono le banche che pur avendo emanato direttive interne non le hanno rese pubbliche e/o non comunicano adeguatamente le operazioni che svolgono in appoggio al commercio di armi. A questa sezione appartengono gli istituti del gruppo UniCredit, che nel corso degli anni ha modificato ampiamente la sua direttiva e attualmente presenta un reporting insufficiente sulle operazioni svolte in Italia e all’estero attraverso le sue controllate. Ancor più carenti e fortemente contraddittorie le direttive emesse dal gruppo francese BNP Paribas: nonostante la controllata Banca nazionale del lavoro abbia limitato le sue operazioni alle esportazioni, persiste un’ampia operatività nel settore da parte della filiale italiana di BNP Paribas. Nell’ultimo quinquennio questo gruppo bancario risulta, nel suo insieme, il principale referente per le esportazioni di sistemi militari italiani. A tutte queste banche va chiesto, quindi, di rendere pubbliche e più restrittive le proprie direttive e di rendicontare con maggior accuratezza le operazioni che svolgono a favore delle esportazioni di armamenti attraverso le loro controllate italiane ed estere.
Alla quarta categoria appartengono le banche che non hanno emanato direttive o che, pur avendolo fatto, risultano gravemente insufficienti e inadeguate nell’esercitare un efficace controllo sul commercio di armamenti nei paesi in cui operano. L’elenco è lungo e riguarda anche numerose banche estere presenti in Italia. Anzitutto, va segnalata Deutsche Bank che, pur essendo uno dei gruppi bancari più operativi nel settore degli armamenti convenzionali, non ha mai emanato una direttiva. Altre banche, sono la britannica Barclays bank, le francesi Natixis e Société générale, la tedesca Commerzbank, la statunitense Citibank. Tra gli istituti di credito italiani segnaliamo Banca cooperativa Valsabbina e Banca carige che negli ultimi anni hanno aumentato la loro operatività in questo settore. È su queste banche che va concentrata la pressione più forte da parte delle associazioni e dei correntisti, affinché si dotino di specifiche direttive in materia.
(pezzo estratto dal numero di Nigrizia di gennaio 2015)