Uno sguardo alla storia economica

Uno sviluppo insostenibile

La gestione statale dell’economia e delle miniere ereditate dal colonialismo, applicata per oltre 25 anni, non ha funzionato. Letale la crisi petrolifera del anni Settanta.

di Leonard Chiti e Simpasa Andrew (da Lusaka)

La Rhodesia del Nord fu concepita e fondata dagli interessi britannici primariamente come miniera. La nazione che oggi chiamiamo Zambia fu posseduta e amministrata dalla British south african company. Ovvio che, con l’indipendenza, l’economia del paese dipendesse dalla produzione del rame e che negli anni’60 fosse il quarto maggior produttore di rame al mondo.

All’indipendenza, il paese era tra i più promettenti d’Africa nonostante avesse ereditato un sistema economico sbilanciato. Durante il colonialismo infatti, soprattutto con la Federazione dell’Africa centrale – composta da Rhodesia del Nord e del Sud, e dal Nyasaland : oggi rispettivamente Zambia, Zimbabwe e Malawi – fu privato della pubblica amministrazione e della burocrazia di stato a favore della Rodesia del Sud.

Tuttavia la nuova nazione aveva una robusta economia mineraria rivolta all’export e anche una marginale esportazione di prodotti agricoli. Ma aveva scarse infrastrutture e ciò frenava lo sviluppo socioeconomico. Mancava inoltre di lavoratori qualificati ed era scarsamente popolata, circa tre milioni di abitanti.

In queste condizioni, lo Zambia dovette imbarcarsi in aggressivi programmi di investimenti pubblici. Il governo insistette su piani di sviluppo centralizzati su scala nazionale. Tra il 1964 e il 1972 – in virtù dei piani pubblici finanziati dall’estrazione del rame che aveva un prezzo alto – lo scenario socioeconomico conobbe una notevole crescita in ambito industriale, occupazionale, educativo e sanitario.

Ma i profitti delle imprese statali erano inferiori alla media e la gestione delle imprese economicamente insostenibile. Inoltre, la strategia industriale pianificata dallo stato è stata incapace di raccordarsi con il resto dell’economia. La strategia ebbe successo nel generare occupazione, a causa dell’alta intensità di manodopera richiesta dall’industria mineraria, ma non era sostenibile su scala generale. Di conseguenza, nel 1974 si resero necessari interventi di riforma.

Certo, fino a quel momento non mancarono documenti di politica economica e programmi ambiziosi. A partire dalle linee guida del Libro bianco della politica industriale (1964,1966), passando per la Dichiarazione Mulungushi (1968) fino al Secondo piano di sviluppo nazionale (1972-1976). L’anello mancante di queste strategie era un’accertata sostenibilità economica. E senza sostenibilità non poteva darsi sviluppo. Del resto, il centro dell’attenzione di piani pubblici era la creazione di posti di lavoro, la realizzazione di imprese di stato e il consolidamento politico del Partito unito per l’indipendenza nazionale (Unip). (...)

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