50 anni di indipendenza

Un’aspra pacifica marcia

Liberatasi dal colonialismo britannico, la società zambiana ha conosciuto il socialismo di Kaunda ed è approdata a un regime democratico. Senza guerre. Ma continua a fare i conti con una bassa qualità della politica. Anche alla Chiesa è richiesto più coraggio.

di Leonard Chiti e Simpasa Andrew da Lusaka

Lo Zambia ha celebrato lo scorso ottobre i cinquant’anni dell’indipendenza nazionale, dopo quasi quarant’anni di colonialismo diretto britannico. Guardando indietro e valutando i passi che la nazione ha compiuto, si possono senz’altro rilevare aspetti positivi. Il paese è rimasto unito, ha goduto di pace e stabilità, ha rafforzato il senso di appartenenza. Ciò in virtù di una leadership, quella dell’indipendenza, con una forte connotazione nazionalista. Non solo, i dirigenti dello Zambia indipendente hanno anche aiutato alcune nazioni limitrofe a liberarsi dal colonialismo, investendo importanti risorse e subendo ritorsioni dalle forze che si opponevano al cambiamento nell’Africa australe.

Dopo la lunga fase (1964-1991) di governo improntata ai principi del socialismo (il “socialismo africano” di Kenneth Kaunda), negli ultimi due decenni il paese ha conosciuto e ha praticato la democrazia e il multipartitismo. Si sono tenute elezioni pacifiche e il cambio di regime è avvenuto ugualmente in maniera pacifica. In più di un’occasione la società civile si è mostrata dinamica e capace di esprimere idee e valori, specie quando i principi democratici erano minacciati o venivano erosi.

Nonostante queste conquiste, non poche sono le sfide che rimangono aperte. Innanzitutto va rafforzata la libertà politica. La Costituzione è in gran parte quella lasciata in eredità dal colonialismo. La Carta fondamentale andrebbe modificata, ma finora le istituzioni non sono state in grado di esprimere una nuova Costituzione. Il processo di elaborazione costituzionale è bloccato perché il partito al governo – il Fronte patriottico (Fp) – non vuole accettare risoluzioni che potrebbero compromettere la possibilità di vincere anche le prossime elezioni.

Un’altra sfida è legata all’applicazione della legge sull’ordine pubblico. La legge oggi in vigore risale all’epoca coloniale, quando gli inglesi tentavano di reprimere le rivolte culminate con la loro sconfitta. Questa stessa legge è applicata ora per frustrare e reprimere i tentativi dei partiti di opposizione e della società civile di perseguire i loro obiettivi. Al punto che le forze dell’ordine hanno la possibilità di interrompere pubbliche assemblee organizzate dalle forze di opposizione o da associazioni di cittadini, mentre si guardano bene dall’intervenire quando a convocare un incontro sono membri del partito al governo.

Va comunque sottolineato che la condotta dei politici al potere è sottoposta a una crescente pressione e osservazione. Sono pubblicate con regolarità relazioni che indicano come alcuni di questi uomini politici siano corrotti oppure come altri si mostrino arroganti e non pongano sufficiente attenzione a questioni urgenti di interesse nazionale. Ecco, forse la più importante sfida con cui lo Zambia si sta confrontando è la maturità dei suoi attori politici. Sulla carta, le credenziali democratiche del paese sono ragguardevoli ma nella pratica raramente si attuano politiche serie.

Un’attenzione particolare va posta all’etnicismo che, se sollecitato, tende ad alzare la testa. Alcuni politici stanno usando la carta etnica o per guadagnarsi il sostegno di segmenti di elettorato oppure per accusare gli avversari di fomentare il tribalismo. Atteggiamenti di questo genere, se non tenuti sotto controllo, possono innescare conflitti.

Conflitti e tensioni potrebbero scatenarsi anche nella regione Barotseland che da cinquant’anni chiede l’applicazione di un accordo, siglato all’indomani dell’indipendenza, che le assicurerebbe un certo grado di autonomia. L’attuale governo ha promesso di onorare l’impegno, ma non ha fatto nulla. E tra la popolazione c’è malcontento.

 

Chiesa viva

Pastorale e al tempo stesso profetica. Si può sintetizzare così il carattere della Chiesa in questo paese dell’Africa australe. Inoltre, c’è un forte spirito ecumenico tra le principali confessioni cristiane: mettono in pratica programmi sociali comuni e collaborano per trovare risposte comuni su questioni di interesse nazionale.

La Chiesa cattolica è cresciuta moltissimo: dalla condizione di comunità di fede guidata in gran parte da missionari, si è ampliata ed è maturata fino a divenire una Chiesa realmente locale. E grazie alla partecipazione attiva dei laici, donne e uomini, la sua vitalità è cresciuta enormemente.

Molti zambiani guardano alla Chiesa come guida morale ed etica. Cionondimeno, non sempre la Chiesa ha risposto alle attese: in alcuni casi si è mostrata passiva di fronte alla erosione dei valori morali da parte di coloro che hanno incarichi pubblici. Di recente, è stata anche accusata di essersi resa complice della condotta impropria di taluni leader nazionali.

È fuori discussione che la Chiesa debba saper leggere i “segni dei tempi” in modo tempestivo, senza aspettare che le crisi sociali si trasformino in conflitto. Questa capacità va recuperata e affinata.

In questi cinquant’anni, la Chiesa ha agito in partenariato con lo stato nel provvedere i servizi sociali di base. Ha anche partecipato alle evoluzioni della politica, ora resistendo all’imposizione di un regime socialista (alla fine degli anni ’70) ora opponendosi a chi voleva modificare la Costituzione per poter candidarsi oltre i due mandati consecutivi.

Insomma un ruolo forte, scandito da opportune lettere pastorali. Lettere in grado di orientare le riflessioni dei cristiani intorno a importanti questioni di carattere nazionale e capaci talora di richiamare la classe politica ad assumersi le proprie responsabilità.