Chiesa / Intervista al vescovo di Chipata.

Investire nel vangelo

Mons. George Zumaile Lungu invoca un maggior raccordo centro-periferia per realizzare una effettiva inculturazione della Parola, ancora oggi tanto disattesa. E individua due pericoli per la coesione sociale: individualismo e disprezzo delle regole.

di Efrem Tresoldi

Capitale della Provincia orientale dello Zambia, Chipata, 100mila abitanti, è un centro agricolo ai confini con il Malawi. La diocesi, diretta da mons. Zumaile Lungu copre un territorio grande come Piemonte, Lombardia e Veneto, con un milione e mezzo circa di abitanti.

Dal vescovo vogliamo conoscere soprattutto lo stato di salute, i problemi, le potenzialità e i progetti della diocesi. Ma per meglio cogliere questi aspetti è necessario capire in quale contesto è cresciuta la Chiesa zambiana. Il paese, infatti, vive in pace fin dall’indipendenza. Piuttosto inusuale, se si guarda ai conflitti che hanno attraversato molte nazioni africane.

Mons. Zumaile ritiene che ci sia una spiegazione precisa: «I nostri dirigenti politici, che ereditarono il paese dai padroni coloniali, erano sorretti da una visione. Avevano capito che in una nazione composta da 73 etnie, l’unità era una condizione imprescindibile per conseguire lo sviluppo. L’unità non fu un semplice slogan, ma un impegno che i nostri leader vollero integrato, vissuto e respirato nella vita quotidiana della gente. Nelle province furono nominati quadri dirigenti di diverse etnie provenienti da ogni parte del paese. Inoltre, programmi di sviluppo, centri sanitari e scuole furono realizzati ovunque. Questo piano fu guidato dall’idea che tutte le province avevano il potenziale per contribuire positivamente allo sviluppo della nazione e che tutti gli zambiani avevano il diritto a godere dei frutti dell’indipendenza appena conseguita».

E dà un giudizio lusinghiero sugli uomini che guidarono il paese negli anni ’60: «Abbiamo avuto una leadership patriottica disposta a sacrificarsi per il bene comune. E si erano dati un codice etico che impediva a chiunque di ammassare ricchezze per sé e per la propria famiglia. Il potere era considerato da loro come servizio alla nazione e non come un modo per arricchire famiglia e amici».

Qual è stato il contributo della Chiesa all’unità del paese?

Il lavoro di evangelizzazione ha concorso alla promozione dei valori del vangelo quali l’amore per il prossimo, la giustizia e la pace. Ed è stato proprio grazie all’opera di evangelizzazione che alcuni leader politici hanno abbracciato la fede cristiana. Kenneth Kaunda, primo presidente, citava il comandamento di Gesù dell’amore in quasi tutti i suoi discorsi politici.

La Chiesa, poi, è da sempre la coscienza della nazione e la voce di chi non ha voce. Esponenti del governo sovente prestano attenzione agli interventi della Chiesa a favore della maggioranza che ancora vive in povertà. Da parte sua la Chiesa ha sempre operato in solidarietà con i poveri e cercato di migliorare le condizioni di vita delle comunità rurali più svantaggiate. La maggior parte delle istituzioni scolastiche e sanitarie cattoliche sono state deliberatamente collocate nelle campagne per far sì che la popolazione rurale potesse sentirsi inclusa nei piani di sviluppo del dopo indipendenza.

Questa unità regge anche oggi?

Le più grandi minacce alla pace sono l’individualismo e il non rispetto delle regole. Ai giorni nostri prevale la logica del “è giusto perché posso farlo”. Vi è inoltre l’atteggiamento arrogante di chi ci governa che intenzionalmente ignora ciò che la Chiesa esprime a nome della maggioranza silenziosa degli zambiani. Questo è parso evidente con il documento della Conferenza episcopale zambiana pubblicato nel gennaio del 2014 che analizza la situazione del paese e chiede alle autorità che si metta mano con urgenza a problemi di carattere sociale, economico e istituzionale. Dal governo non ci è stata data alcuna risposta e i problemi sollevati sono tuttora irrisolti.

Qual è stata la partecipazione della Chiesa zambiana al sinodo straordinario sulla famiglia che si è svolto a Roma l’ottobre scorso?

Limitata. La nostra, come altre diocesi rurali, avranno sempre difficoltà a contribuire in maniera sufficientemente adeguata a dibattiti su tematiche importanti che interessano da vicino la Chiesa. Il motivo principale è la scarsa comunicazione tra Roma e le Chiese locali e, dentro le diocesi, tra le nostre comunità ecclesiali. L’informazione scorre troppo lentamente da e per le comunità dei cristiani, cosicché si finisce con agire in tutta fretta senza coinvolgere la maggioranza della nostra gente, specie nelle campagne. Si dovrebbe fare qualcosa per migliorare questo stato di cose. (...)

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