Passaggi politici e nodi irrisolti

Democrazia, mercato e povertà

Né il multipartitismo né l’economia liberale né gli investimenti cinesi hanno dato risposte a chi è privo dell’essenziale. La classe politica non può chiamarsi fuori.

di Leonard Chiti e Simpasa Andrew (da Lusaka)

Messo sotto pressione dai cittadini e costretto a far fronte alle avverse condizioni economiche, nel 1991 Kenneth Kaunda – padre fondatore della nazione – abbandonò la via del “socialismo africano” e lasciò spazio al multipartitismo e all’economia di mercato. Lo Zambia fu il primo paese a instaurare un regime multipartitico, e dunque tendenzialmente democratico, tra le nazioni della sub-regione australe, centrale e orientale dell’Africa.

Attraverso il voto a suffragio universale, il governo della nazione passò dalle mani del Partito nazionale unito per l’indipendenza (Unip) al Movimento per la democrazia multipartitica (Mmd) di Frederick Chiluba. L’Mmd espresse un programma di riforme incentrato sulle liberalizzazioni economiche e sulle privatizzazioni. Chiluba avviò il processo di privatizzazione delle miniere di rame, divenute una passività per lo stato, che parecchi anni dopo furono vendute alla multinazionale Anglo American. Ci fu anche una pesante ristrutturazione della pubblica amministrazione, con licenziamenti e prepensionamenti.

Il governo di Chiluba si faceva vanto di aver rinnovato, all’insegna della trasparenza, il modo di intendere e fare politica. La chiamava “Nuova cultura”. Ma il passaggio da una economia di stampo socialista a una di tipo capitalista diede il via a comportamenti disonesti in campo socioeconomico. Ci fu un aumento della corruzione nel settore pubblico.

Contestualmente, il nuovo regime si rese conto che la transizione all’economia di mercato e il programma di aggiustamento strutturale (cioè il programma imposto da Banca mondiale e Fmi, che prevede l’apertura al “libero mercato”) avevano conseguenze pesanti per il cittadino comune. Si tentò di rimediare, rafforzando la rete di sicurezza sociale e offrendo corsi di formazione professionale e imprenditoriale.

È vero che le politiche economiche ottennero tre importanti risultati a breve termine. Innanzitutto, vi fu una elevata disponibilità di beni di prima necessità, i trasporti migliorarono notevolmente e crebbe la fiducia dei donatori e degli investitori nell’economia del paese. 

Tuttavia la transizione all’economia liberale ebbe in seguito ricadute negative perché non fu attuata con consequenzialità. Avrebbe dovuto cominciare con la stabilizzazione a livello macroeconomico (livello generale dei prezzi, occupazione, tasso di cambio. ecc.) per poi procedere con programmi di liberalizzazione e privatizzazione. Invece Chiluba e il suo esecutivo si buttarono a capofitto a privatizzare e a liberalizzare. Ma questo processo, non essendo stato fondato sulla stabilità macroeconomica, impoverì le famiglie.

 

Tentativi

Nel 2001, ci fu un rimescolamento di poteri all’interno dell’Mmd e di conseguenza alla guida dello stato. Chiluba non riuscì a ottenere un terzo mandato presidenziale e lasciò la guida del paese a Levy Patrick Mwanawasa. Fu nel corso del suoi due mandati (dal 2001 al 2008) che si manifestarono le potenzialità per ridurre il livello di povertà. Al suo esordio Mwanawasa dichiarò categoricamente che il suo sarebbe stato il governo della legalità. E in effetti si adoperò per combattere la corruzione nella pubblica amministrazione, costituì una squadra di esperti per la gestione della economia, sotto la supervisione del ministro delle finanze Magande, e consolidò una buona gestione del fisco, della sanità e della scuola.

Notevole anche il cambio di passo nelle relazioni internazionali. Mwanawasa seppe capitalizzare le opportunità offerte dalla Cina e incoraggiò gli investimenti cinesi nel paese. Pechino inizialmente si concentrò sul commercio per poi passare al settore minerario e quindi all’edilizia. Le attività estrattive furono ulteriormente sviluppate, con l’apertura delle miniere di Kasenshi nella provincia nordoccidentale.

Rupiah Bwezani Banda – che vinse le presidenziali anticipate del 2008 dopo la morte improvvisa di Mwanawasa – mantenne una solida gestione dell’economia e l’impegno con la Cina. Fu durante il suo mandato che lo Zambia fu classificato paese di medio-basso reddito.

Banda si presentò anche alle elezioni del 2011e le perse. L’uomo nuovo era Michael Chilufya Sata del Fronte patriottico. Sua carta vincente, il populismo: promise di cambiare la Costituzione in tre mesi e di abbassare le tasse. Lo aiutò anche la sua propensione a investire in infrastrutture: tema sensibile e lacuna evidente anche oggi, al punto che si stima che il paese abbia bisogno di 500 milioni di dollari annui di investimenti nelle infrastrutture per poter acquisire un buon livello di sviluppo nei prossimi dieci anni.

Con Sata al potere il debito pubblico è salito a 4,3 miliardi di dollari. Debito in buona parte contratto dal governo tramite l’emissione di obbligazioni sovrane. Il debito rimane alto nonostante lo Zambia abbia beneficiato della Campagna di cancellazione del debito in occasione del Giubileo 2000, oltre che dell’Iniziativa per paesi fortemente indebitati e della Riduzione multilaterale del debito. Ora si tratta di capire se la strategia di investire in infrastrutture avrà un effetto moltiplicatore nel medio e lungo termine.

E siamo all’oggi. Dopo la scomparsa di Sata, lo scorso ottobre, si guarda all’esito delle urne con il voto presidenziale del 20 gennaio.

Aggiungiamo solo che dopo cinquant’anni d’indipendenza la classe politica dovrebbe riflettere davvero su una questione fondamentale: quella della povertà. Che nelle zone rurali colpisce il 60% della popolazione mentre in aree urbane arriva al 27%. Povertà tanto radicata quanto sono abbondanti le risorse naturali e le forze di una popolazione relativamente giovane.

Il problema è riuscire a tradurre l’elevata crescita economica (6% l’anno) in una consistente riduzione della povertà. Non ci si sta riuscendo. La crescita non sta diventando sviluppo.