Editoriale gennaio 2015

Caro parroco ti scrivo...

«Mi scusi, direttore. Ho avviato le pratiche per chiudere il mio conto corrente perché qui nessuno mi ha dato retta. Ho chiesto se questa banca ha intenzione di cambiare rotta: oggi risulta che fornisca supporto all’esportazione di armi italiane nel mondo; supporto legale, beninteso, ma che confligge con la mia visione degli affari, dei commerci e della vita».

«Mi scusi, direttore. Ho avviato le pratiche per chiudere il mio conto corrente perché qui nessuno mi ha dato retta. Ho chiesto se questa banca ha intenzione di cambiare rotta: oggi risulta che fornisca supporto all’esportazione di armi italiane nel mondo; supporto legale, beninteso, ma che confligge con la mia visione degli affari, dei commerci e della vita». E il direttore di una filiale periferica, di rimando: «Ma come fa lei ad avere informazioni di questo genere? Neppure io sono informato». L’ormai ex correntista: «C’è una legge, la 185 in vigore dal 1990, che regolamenta l’import-export nel comparto armiero e che obbliga la presidenza del consiglio a pubblicare ogni anno la lista degli istituti di credito che hanno a che fare con il commercio delle armi. E c’è una campagna di sensibilizzazione, lanciata da tre riviste missionarie, che chiede trasparenza e rigore in questa materia».

Un dialogo simile a questo si è ripetuto numerose volte dal 2000 a oggi, da quando cioè le riviste Missione Oggi, Mosaico di pace e Nigrizia hanno lanciato la Campagna di pressione alle “banche armate”. Ci sono stati convegni di carattere nazionale, sono stati promossi momenti di confronto con le banche (preoccupate soprattutto della loro immagine), si è cercato di mobilitare le parrocchie e gli istituti missionari, si è aperto un segmento specifico rivolto alle pubbliche amministrazioni, con la campagna per le “tesorerie disarmate”.

Si è provato insomma a mobilitare la responsabilità individuale e collettiva, ottenendo anche importanti risultati (articolo a pagina 38). Oggi questa operazione di cittadinanza responsabile va rilanciata perché il quadro si è reso più grave. L’Italia è tra i primi otto paesi esportatori di armi al mondo ed è il primo esportatore di armi leggere (pistole e fucili), non soggette ai controlli della legge, vendute anche a regimi autoritari e forze dell’ordine che violano i diritti umani. I maggiori acquirenti di queste armi sono Usa e Ue. Inoltre la legge 185, conquistata grazie all’impegno della società civile negli anni ’80, è stata indebolita da un decreto legislativo del 2012, che non obbliga più le banche a richiedere l’autorizzazione del ministero dell’economia e delle finanze per trasferimenti collegati a operazioni di armamenti: basta una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. Si è così allentato il sistema dei controlli, con l’effetto di minore trasparenza nelle relazioni assai delicate tra banche e industria armiera.

Le banche continuano a lucrare sull’import-export di armi. I dati lo confermano: nel 2013 è stato di quasi 2,7 miliardi di euro il totale delle transazioni bancarie effettuate da paesi committenti all’industria armiera; erano poco più di 2,7 miliardi nel 2012 e 2,3 miliardi nel 2011. Sui conti di istituti di credito italiani e stranieri con presenza sul nostro territorio transitano soldi per il trasferimento di armi a paesi dove sono in corso conflitti, come Egitto, Turchia e Israele. E a nazioni che violano i diritti umani, vedi Arabia Saudita, Algeria ed Emirati arabi. La legge 185 lo vieta.

Tutto ciò avviene nel silenzio del Parlamento, della società civile e anche di noi, comunità cristiane, che mentre applaudiamo ai ripetuti appelli di papa Francesco per la pace rimaniamo poco propensi a tradurli in impegno concreto.

Concretamente, chiunque abbia un conto presso istituti di credito che effettuano transazioni illegali è connivente, si rende cioè complice di un’azione disonesta, pur non avendo parte attiva. Dovrebbe troncare ogni rapporto. Ma anche chi ha rapporti con una banca che sostiene legalmente l’industria delle armi, deve chiedere trasparenza (perché le banche non scrivono in bella vista: “qui si fanno affari con i missili”?), esercitare le dovute pressioni (anche contemplando la chiusura del conto), operare perché l’istituto assuma criteri di responsabilità sociale.

Se sentiamo chiamata in causa la nostra responsabilità civile e morale, muoviamoci subito. A partire dalla prossima Quaresima. Promuoviamo in parrocchia, negli istituti religiosi, nelle associazioni una riflessione e una sensibilizzazione sul tema delle spese militari e il ruolo delle banche nel commercio delle armi.

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