Chiesa, il silenzio dei vescovi

La profezia non abita qui

La Conferenza episcopale mozambicana non si è espressa sulla necessità di una maggiore democrazia nel paese, sull’etica elettorale, sul pericolo di brogli, sulla necessità di una maggiore partecipazione della gente nella gestione pubblica. L’atto di accusa di un comboniano.

di Giacomo Palagi

C’è tanta rabbia e delusione per il silenzio complice dei nostri pastori sulla situazione in Mozambico. Silenzio a partire dalla campagna elettorale. Anzi, ancora prima, quando, come gruppo di missionari comboniani, a conclusione dell’Assemblea provinciale di fine luglio, avevamo sentito la necessità di interpellare i nostri vescovi e di chiedere a loro un intervento chiarificatore di fronte alla pace minacciata e ai grandi temi che stanno spezzando il paese: il land grabbing selvaggio, la corsa all’eldorado trovato nelle fonti di energia come il carbone, il petrolio, il gas e nelle ricchezze minerarie che diventano sempre più appetitose.

La povertà sta crescendo e così anche la protesta di buona parte della società civile, che ha iniziato a farsi sentire. Ma la Chiesa, con il suo silenzio, rischia di rimanere fuori dal processo di recupero di cittadinanza in atto nel paese, processo che sta avvenendo al di fuori del partito dominante e delle zone grigie del potere economico. In quell’occasione i comboniani scrivevano: «Salutiamo con gioia e valorizziamo i comunicati della CeM (Conferenza episcopale del Mozambico), di alcuni dei nostri vescovi, per ricordare al popolo mozambicano che “la pace è una conquista di tutti”, ma anche che non ci può essere vera pace fintanto che non ci sarà una vera giustizia. Appoggiamo e incoraggiamo le iniziative e il lavoro dei nostri vescovi in favore della pace, chiedendo loro di interpretare con spirito profetico le parole del Buon Pastore che dà la vita per le sue pecore e che non fugge davanti al lupo che le maltratta e le disperde. Ricordando il coraggio di alcuni nostri vescovi e l’audacia trovata a suo tempo nell’Accordo generale di pace del 1992, auspichiamo che la nuova generazione dei nostri pastori continui ad essere “voce dei senza voce” e che non si stanchino di promuovere, oltre ai comunicati ufficiali, azioni coraggiose e profetiche che aiutino la coscienza critica del popolo». (...)

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