Politica economica miope

Grandi Progetti, piccoli risultati

Il governo ha favorito, con enormi benefici fiscali, l’afflusso di capitali stranieri che si sono concentrati su pochi progetti di sfruttamento delle materie prime o di produzione agricola per l’esportazione. Risultato: grandi profitti per le multinazionali e grande miseria per la popolazione.

di Valerio Venturi

All’indomani della firma dell’Accordo generale di pace di Roma, del 4 ottobre 1992, il Mozambico versava in una situazione sociale ed economica a dir poco disastrosa. Oltre a causare un milione di morti e 5 milioni di sfollati, si stima che 15 anni di guerra tra Frelimo e Renamo abbiano comportato danni quantificabili all’incirca a 20 miliardi di dollari e abbiano fatto sprofondare l’economia mozambicana.

Per porre rimedio a questa disastrosa situazione, il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale (Bm), di concerto con la comunità internazionale, cercarono di aiutare il paese a ricostruire e far ripartire la propria struttura produttiva.

I primi interventi di risanamento dell’economia mozambicana da parte delle istituzioni di Bretton Woods risalivano alla seconda metà degli anni ’80, quando, sebbene ancora infuriasse la guerra civile, caldeggiarono fortemente al governo di orientare la politica economica verso il libero mercato abbandonando il modello socialista adottato all’indomani dell’indipendenza del 1975. Abbandono che era la condizione imprescindibile posta dagli Stati Uniti per l’invio di assistenza umanitaria e finanziaria al paese, poiché, ragionando nell’ottica della Guerra Fredda, questo passaggio avrebbe sancito l’avvicinamento del Mozambico al blocco occidentale. La grave situazione in cui versava il paese, obbligò il governo ad adeguarsi ai programmi di aggiustamento strutturale proposti dall’Fmi e dalla Bm.

Le imposizioni. Nel 1987 venne così varato il Programa de Reabilitação Economica, in base al quale si adottò una serie di riforme molto drastiche che prevedevano: la netta riduzione delle spese sostenute dallo stato; la completa fuoriuscita dello stato dall’economia, tramite la liberalizzazione dell’accesso al credito, la privatizzazione dei servizi e delle imprese statali o gestite dall’amministrazione pubblica; una drastica svalutazione del metical – la moneta nazionale – e l’abbattimento delle barriere doganali esistenti; l’eliminazione del sistema di sussidi alla produzione e di controllo dei prezzi; la politica di incoraggiamento all’investimento privato; e, infine, l’orientamento della produzione nazionale all’esportazione. (...)

Per continuare la lettura dell'articolo del numero di Nigrizia di dicembre 2014: rivista cartacea o abbonamento online.