Dal Dossier "La legge di Boko Haram" - 2012

Yusuf, la leggenda

Il leader di Boko Haram raccoglieva folle oceaniche

di Danilo Di Mita

Sembra aver stregato tutti Mohammed Yusuf, il fondatore di Boko Haram. A Maiduguri, capoluogo dello stato nord-orientale di Borno, regione remota incuneata tra Niger, Ciad e Camerun, ne parlano tutti come di un personaggio quasi leggendario. Tanto che le modalità della sua morte – con la scomparsa del corpo – infuoca la lotta, alimenta il terrorismo, se non la vendetta.

Originario del vicino stato di Yobe, Yusuf si trasferì giovanissimo a Maiduguri, dove fu accolto dal clan dei Baba Fugu, tra i più influenti e numerosi della città. Qui frequentò una scuola coranica, arrivò poi ad averne una propria e diventò imam di una moschea. «Era un oratore eccezionale», lo descrive Abubakar Mu’azu, del dipartimento di Comunicazione di massa dell’Università di Maiduguri, «dotato di un carisma unico e grandi capacità di convinzione. Yusuf non si scagliava contro la cultura occidentale in genere, tipo il consumo di alcolici, l’ascolto della musica, il modo di andare vestiti. Non era un talebano, insomma: nel suo mirino finiva il sistema scolastico, l’istruzione occidentale con cui sono educati i politici nigeriani attuali. Lì Yusuf individuava la genesi della dilagante corruzione, considerata la causa principale della povertà e delle diseguaglianze della società nigeriana moderna».

Yusuf predicò per anni senza subire gravi conseguenze. Fu arrestato due volte ma sempre rilasciato, fino al 2009, quando fu fermato una terza volta e la sua casa, la scuola coranica, la moschea furono distrutte dai carri armati dell’esercito. Da allora, non si sono più viste le adunate di migliaia di fedeli che riempivano il prato di fronte alla moschea fino alla stazione dei treni di Maiduguri, fuori servizio da decenni.

Dalla caserma di polizia in cui era stato tradotto dopo l’arresto, Yusuf non ne uscì vivo. Ancora oggi la richiesta di far luce sulla sua morte è una delle principali rivendicazioni di Boko Haram. «Dietro la morte di Yusuf ci sono ufficiali delle forze armate, politici, esponenti del clero musulmano», accusa Tijjani Baba Fugu, cognato di Yusuf. «Vogliamo sapere cos’è successo. Se oggi c’è tanta violenza, dobbiamo sapere chi l’ha provocata, capire cos’è accaduto prima».

Tijjani descrive il cognato come una «persona molto compassata»: «Parlava sempre con un filo di voce. Era difficile sentirlo a un metro di distanza. Ma quando predicava, si trasformava e i seguaci andavano in delirio». Aveva quattro mogli e 12 figli (anche se c’è chi ne conta 23). Aveva un atteggiamento mite, sorridente, serafico («non l’ho mai visto in collera»). L’uomo che ha ispirato uno dei gruppi terroristici islamici più minacciosi parlava un inglese elementare, rozzo. Si esprimeva quasi sempre in hausa, la lingua più diffusa nel nord della Nigeria. Vestito sempre con caftani locali blu e neri e copricapo rosso, sensibile al fascino femminile e buona forchetta, aveva un debole per la pepper soup, piatto tipico nigeriano: una brodaglia molto piccante, con ortaggi e, quando capita, qualche pezzetto di pesce o carne.

Yusuf fu ucciso a colpi di pistola nel luglio 2009 a 39 anni. La stessa sorte toccò, a distanza di una settimana, al suocero, Alhaji Baba Fugu, ucciso anche lui in una caserma di polizia dove si era recato per chiedere i motivi della distruzione della propria abitazione. Afferma la cognata Yakolo, figura emergente del clan dei Baba Fugu: «Chiediamo chiarezza sulle loro morti. Rivogliamo indietro i corpi per seppellirli secondo la religione islamica. Vogliamo sapere chi e perchè si è accanito sul corpo di Yusuf». Il riferimento della donna è al braccio destro del cognato, amputato dal resto del corpo. Dice: «Sì, quel braccio e quell’indice con cui Yusuf arringava e ammoniva la folla oceanica raccolta davanti alla sua moschea».

Il vicecomandante della polizia di Maiduguri, Usman Baba, afferma di non «sapere nulla di queste morti extragiudiziali». Poi aggiunge: «Forse è vero, ma io non c’ero». In effetti, i vertici della polizia del capoluogo di Borno sono tutti abbastanza recenti, comunque successivi all’estate del 2009, quando Yusuf e il suocero, a capo di un clan di 3mila persone, furono assassinati. Il 24 ottobre 2011 è iniziato ad Abuja un processo sull’omicidio di Yusuf: alla sbarra cinque poliziotti, presunti esecutori materiali dell’uccisione. Da tre mesi è in carcere un altro figlio di Alhaji Baba Fugu, Ibrahim. La famiglia e persino la polizia non riescono a spiegare i capi d’accusa.

A settembre è stato ucciso Babakura, il maggiore dei 34 figli di Alhaji, a soli tre giorni di distanza dalla visita alla casa distrutta del patriarca Olusegun Obasanjo, il padre-padrone della vita politica nigeriana. Un omicidio misterioso, derubricato dalla polizia locale come «rapina finita male». Il fratello Tijjani non ci sta: «In tasca abbiamo ritrovato i soldi con cui era uscito. Mancava solo il cellulare… Il governo deve smetterla di perseguitarci».