Nigeria / L’escalation dei seguaci di Yusuf

La sfida

Ampie e diversificate le responsabilità per la scia di violenze nel nordest del paese. Fermare il gruppo terroristico significa non solo vincerlo militarmente, ma sciogliere anche i suoi legami politici ed economici con pezzi importanti del paese. Pericoloso il tentativo di Abuja di internazionalizzare il gruppo e, di conseguenza, il conflitto. Il pezzo tratto dal nuovo numero di Nigrizia di giugno.

di Elizabeth Donnelly

(Abuja) - Il 14 aprile scorso l’organizzazione islamista nigeriana Boko Haram ha rapito 234 ragazze dalla loro scuola, nel villaggio di Chibok, nel nordest del paese. Rapimento che ha messo al centro dell’attenzione internazionale la Nigeria e la crisi legata alle violenze di Boko Haram.

Se è positivo il maggiore interesse verso il gruppo islamista – che da anni terrorizza il nordest del paese – la semplice pulsione morale all’agire non basta, perché non risponde alla domanda cruciale: che cosa bisogna fare?

Gli Stati Uniti hanno inviato una piccola équipe nel paese, che comprende negoziatori di ostaggi, agenti dei servizi segreti, esperti di logistica e di comunicazione. Anche la Gran Bretagna ha inviato una squadra a completare quella americana. Il loro sostegno è mirato nel localizzare e liberare le ragazze prigioniere. Pure Canada e Cina hanno offerto assistenza, mentre l’Australia è l’ultimo paese ad aver inserito Boko Haram nella lista delle organizzazioni terroristiche.

L’impegno di questi paesi non implica, tuttavia, che ci sia un piano per affrontare a tutto campo la crisi scatenata dal gruppo terroristico. O, per lo meno, non è stato così fino a quando il presidente francese François Hollande ha deciso di ospitare, il 17 maggio a Parigi, un vertice dedicato proprio alla questione Boko Haram, mettendo insieme i capi di stato dei paesi limitrofi alla Nigeria e i rappresentanti di Usa ed Europa.

A questa conferenza, il presidente nigeriano Jonathan Goodluck ha affermato che l’organizzazione criminale fa parte di Al-Qaida. Mentre il suo omologo del Ciad, Idriss Déby, ha dichiarato «guerra totale al gruppo».

Il governo federale di Abuja, fino allo scoppio dell’ultima crisi, era stato reticente nel cercare un aiuto esterno: il prestigio nazionale, in questo caso, gioca un ruolo importante. Il paese è una potenza regionale: ha la popolazione più numerosa dell’Africa e l’economia continentale più forte. Come ogni altro stato sovrano, la Nigeria non vuole intrusioni nei suoi affari interni. Stavolta ha chiesto aiuto anche se su aspetti molto specifici e tecnici, legati all’equipaggiamento militare e all’addestramento.

A Parigi si è assistito a due approcci distinti sul tipo di sostegno da dare al paese: da una parte i partner occidentali di Abuja, che si sono detti favorevoli a una condivisione dell’intelligence, a un controllo dei confini e a una cooperazione più stretta; dall’altra i governi regionali africani che si sono dilungati in discorsi retorici, suggerendo, soprattutto Camerun e Ciad, un approccio interventista più aggressivo.

 

Chiarezza e origini. L’attenzione internazionale, anche mediatica, ha comunque portato un beneficio: maggiore chiarezza sul modo di gestire il conflitto da parte del governo centrale. Il pericolo, tuttavia, è che ora l’esecutivo possa cercare di allargare la responsabilità della crisi anche ai paesi confinanti, internazionalizzando un gruppo che finora era legato a strutture esterne solo ideologicamente, e in modo informale e sporadico.

La comunità internazionale sembra, comunque, accostarsi con cautela al problema: Boko Haram è un’organizzazione criminale nata in Nigeria, e rendere internazionale questa battaglia significherebbe solo allargare le proporzioni della crisi. La verità è che non esiste un modo semplice e rapido di sconfiggere questo gruppo. Gruppo che non è riducibile alla sola minaccia alla sicurezza del paese. È piuttosto una realtà radicata e intrecciata con interessi economico-politici del paese. Si è sviluppata in uno dei più poveri dei 36 stati nigeriani ed è frutto di una diffusa corruzione e del malgoverno, della violenza di stato e dell’impunità. Tutti fattori che hanno giocato un ruolo determinante nel trasformare il gruppo in un movimento di estrema e indiscriminata violenza. Elementi giudicati importanti tanto quanto l’importazione dall’esterno di un’ideologia religiosa radicale.

Boko Haram – che significa pressappoco “l’istruzione scolastica occidentale è proibita” – non è il vero nome del gruppo che è invece Jama’atu Ahlis-Sunnah Lidda’awati Wal Jihad cioè “Gente impegnata nella diffusione degli insegnamenti del profeta e del jihad”. Fondato nel 2002, allora, benché estremista nella sua ideologia, non era radicale nell’uso della violenza. Il cambio di rotta è avvenuto successivamente.

Il gruppo si oppone all’occidentalizzazione del paese, al secolarismo e alla corruzione. All’inizio aveva goduto di una certa simpatia della gente locale. Il suo fondatore, e primo leader, Mohammed Yusuf, brillante oratore di piazza, aveva conquistato credibilità grazie alla predicazione contro la corruzione dello stato. L’assenza di giustizia sociale legittimava i suoi sermoni. Al suo sorgere, il gruppo era identificabile: il leader era una figura pubblica e i suoi membri erano legati alle comunità locali. Ma nel 2009, le violenze scoppiate tra la polizia nigeriana e i membri di Boko Haram segnarono la svolta. Ci fu un’escalation di violenza nei 4 stati settentrionali che portò alla dura reazione di Abuja. Yusuf venne arrestato e ucciso mentre era detenuto. Sospetti appartenenti al gruppo furono giustiziati in modo sommario. Ciò che rimase della struttura riemerse nel 2010, cambiando dna e trasformandosi in una organizzazione più letale e vendicativa: alla sua guida, ora, si era posto Abubakar Shekau, secondo in comando di Yusuf.

Con il passare degli anni, il fatto che le forze di sicurezze abbiano potuto muoversi e agire impunemente nel nord del paese, usando violenza, non ha fatto altro che rendere il gruppo ancora più brutale e diffuso.

 

Quali politiche? È questa la sfida che chi cerca di fermare il massacro e il rapimento di civili innocenti, bambini inclusi, deve affrontare: com’è possibile combattere qualche cosa quando non è chiaro che cosa stai combattendo? Boko Haram non è un’organizzazione univoca. È composta da diverse anime, non necessariamente mosse dalle stesse motivazioni. E poi, direttamente o meno, la sua crescita è legata anche alle politiche poco trasparenti del governo centrale.

Agli albori del movimento, Mohammed Yusuf interagiva con gli attori politici a livello locale e statale. Oggi i Boko Haram non hanno il sostegno degli stati settentrionali a larga maggioranza islamica. Il loro obiettivo non è il bene dei cittadini nigeriani, qualunque sia la loro appartenenza religiosa o territoriale.

La mancanza d’informazione su Boko Haram, perfino sui fatti basilari che lo riguardano, e l’inefficacia della risposta di Abuja non si possono ricondurre solo alla debolezza istituzionale e ai limiti nella capacità di intervento. Si è di fronte anche al sopravvento di interessi nascosti che prevalgono sul bene collettivo. Il tutto, poi, rafforzato dalla mancanza di responsabilità politica. I leader progressisti presenti nel governo si trovano così a essere ostacolati sia da forze interne che esterne.

Il che significa che l’attuale attenzione e l’aiuto internazionali devono capire come Boko Haram si colloca nel contesto politico nazionale più ampio: si dovrà evitare di cadere nella palude in vista delle elezioni presidenziali, fissate al febbraio 2015.

La guerra contro un gruppo privo di strutture, che si muove in un’area già intrappolata tra conflitto e terrore, in cui è in corso una grave crisi umanitaria, tra abusi e violazioni dei diritti umani, porta con sé gravi pericoli, non solo per la Nigeria ma anche per i paesi limitrofi più vulnerabili, il Niger in primis. Un intervento mirato a risolvere la tragedia delle ragazze in mano al gruppo terrorista avrà bisogno del supporto di strategie ampie e a lungo termine, per favorire trasparenza, responsabilità e giustizia. Solo così si può ridurre la minaccia che da tempo grava sul paese.

 

Il pezzo è tratto dal nuovo numero di Nigrizia in uscita nel mese di giugno.