Dal Dossier "La legge di Boko Haram" - 2012

Il “padre” di Boko Haram

La setta degli Yan Taitsine - Mohammed Marwa era un fanatico musulmano che condannava all’inferno chi leggeva libri o possedeva denaro più del necessario. Credeva in un islam totalitario. Il suo gruppo armato fu represso dall’esercito verso la metà degli anni ’80, con migliaia di morti.

di Franco Moretti

Le origini del movimento islamista terroristico dei Boko Haram vanno ricercate nelle attività del gruppo islamista denominato Yan Tatsine, attivo nello stato di Kano negli anni Ottanta del secolo scorso, sotto la guida di Mohammed Marwa, studioso islamico migrato a Kano, capitale dello stato omonimo, nel 1945 dalla regione di Marwa, nel nord del Camerun.

A Kano, Marwa diventa un musulmano fanatico, interessato alla “purificazione” dell’islam, corrotto dalla modernità occidentale e dalla formazione dello stato moderno. Si distingue per il suo modo ingiurioso di predicare (da qui, il soprannome datogli dalla gente, “Maitatsine”, cioè “colui-che-maledice”), in particolare contro gli emirati e la classe politica, al punto che l’emiro di Kano, Al-Haji Sanusi, lo espelle dal suo stato e le autorità coloniali britanniche lo condannano all’esilio fuori della Nigeria.

Dopo l’indipendenza (1960), torna in patria e raccoglie seguaci. Nel 1966, dopo la morte di Sanusi, è di nuovo a Kano più infervorato che mai a continuare la sua missione. Ora ritiene di essere un mujaddid, un riformatore ispirato dell’islam, alla maniera di Usman Dan Fodio (1754-1817), il promotore islamico degli “stati haussa” nel nord della Nigeria. A differenza di Dan Fodio, tuttavia, Marwa rigetta sia l’hadith (la trasmissione orale di un detto, un atto o un fatto riguardanti il Profeta) sia la sunnah (la linea di condotta di Maometto) come fonti di rivelazione. Ritiene che la rivelazione sia contenuta esclusivamente nel Corano.

Severo con sé stesso e con i suoi discepoli, lancia invettive contro chi fa uso di radio, orologio, bicicletta o automobile, e condanna all’inferno chi legge libri o possiede denaro più del necessario. È caustico anche contro altre confraternite musulmane (tra cui la Tijjaniyya e la Qaddariya), giudicate troppo moderate e aperte all’influenza boko (cioè occidentale, dal temine inglese “book”, libro). Nel 1979 rigetterà perfino il profetismo di Maometto («non fu un’immagine di Allah capace di ispirare il popolo»), attribuendosi la qualifica di annabi (“profeta” in haussa), incaricato di salvare il mondo.

Nel 1972 può già contare su un folto seguito di discepoli, denominati Yan Tatsine: una vera e propria setta di giovani fanatici pronti a morire per Dio e decisi a stabilire un ordine islamico totalitario. Marwa può avvantaggiarsi del sistema al-majari, in base al quale i bambini maschi sono allontanati dalle famiglie perché frequentino le scuole coraniche, dove, oltre a imparare a leggere il Corano, devono provvedere al proprio sostentamento e a quello del maestro, chiedendo l’elemosina. Le scuole coraniche pullulano in ogni stato del nord del paese: ce ne sono oltre 2 milioni, frequentate da miriadi di giovani facilmente reclutabili per ogni sorta d’impresa, anche la più violenta.

 

Aumentano i conflitti

Nel 1975, Marwa è di nuovo arrestato dalla polizia con l’accusa di diffamazione e calunnia nei confronti delle autorità politiche. Nel frattempo, però, i leader religiosi del nord cominciano ad accettarlo, anche perché ora, con il pellegrinaggio alla Mecca, si è guadagnato la qualifica di hajji. 

Mentre cresce il numero dei membri della setta, aumentano anche gli scontri di questi con la polizia. A seguire Marwa sono soprattutto i giovani e gli immigrati disoccupati, ma anche chi considera i tradizionali maestri islamici poco interessati alle comunità locali. Hanno tutti un comune scopo: combattere con la violenza ogni cosa che richiami la cultura occidentale, contro cui Maitatsine ha lanciato il più solenne anatema (haram).

I primi disordini destano forti preoccupazioni nella popolazione. Il 26 novembre 1980, il governatore, Abubakar Rimi, pubblica un decreto che intima agli Yan Tatsine di lasciare lo stato di Kano entro due settimane. Come risposta, il 18 dicembre 1980, i membri della setta, armati di archi e frecce, sferrano attacchi contro le postazioni di polizia: bruciano i 13 automezzi delle forze dell’ordine, uccidono 4 gendarmi, ne feriscono altri e s’impadroniscono delle armi, poi entrano in Kano e ottengono il controllo della principale moschea, di alcune scuole, di un cinema e del mercato di Sabon Gari.

Il presidente Shehu Shagari invia l’esercito. Oltre 1.000 Yan Tatsine sono arrestati, sbattuti in prigione e brutalmente torturati. Per 13 giorni gli scontri s’inaspriscono. Alla fine, i morti sono 4.200. Lo stesso Maitatsine è ferito gravemente e muore poco dopo.

 

Commissione inutile

Dopo la repressione degli Yan Tatsine, il governo federale nomina una commissione d’inchiesta per accertare le cause e i responsabili delle violenze. La commissione punta il dito contro l’editto del governatore e il rinvenimento di atti ufficiali in mano a Maitastine. Sono due chiare accuse politiche contro l’amministrazione dello stato di Kano. Il governo federale ha il dente avvelenato contro il Partito di redenzione del popolo (Prp), al potere a Kano e ostile al partito di Shagari, che qualifica come “casta oligarchica”. La commissione sembra chiedersi: perché decretare l’espulsione della setta dal solo stato di Kano, se essa è un pericolo per la sicurezza nazionale? E sembra anche suggerire che i documenti segreti siano stati passati a Maitatsine da funzionari del governo locale. Il Prp respinge le accuse: i documenti provengono dai servizi di sicurezza federali e il governo centrale «ha usato la setta di Maitatsine per creare in Kano le condizioni per consentirgli di dichiarare lo stato di emergenza e così controllare una regione che non è riuscito a conquistare con il voto».

C’è del vero nella replica del Prp. Il governo federale è intervenuto in ritardo e non in maniera decisiva. Ha consentito alla setta di disperdersi, per raggrupparsi altrove subito dopo e lanciare nuovi attacchi. Anche senza il leader, nell’ottobre 1982, gli Yan Tatsine scatenano una serie di scontri violenti a Bulumkuttu, presso Maiduguri, e a Kaduna. Interviene di nuovo l’esercito: i morti sono oltre 3mila, tra cui molti seguaci della setta; circa 60mila persone rimangono senza casa. Ma i sopravvissuti si rifugiano a Yola, guidati da Musa Makaniki, un discepolo di Maitatsine, ritenuto il successore del mujaddid. All’inizio del 1984, nuovi violenti disordini, con oltre 1.000 vittime. Makaniki fugge a Gombe, la sua città natale, capitale dello stato omonimo, portando con sé un gruppo di Yan Tatsine. Nell’aprile 1985, anche gli stati di Gombe e di Bauchi sono messi a ferro e fuoco. Centinaia di persone perdono la vita. Braccato dalla polizia, Makaniki ripara in Camerun. Ritornerà in Nigeria nel 2004, ma sarà arrestato.