Tra le spire del Pil

Afrottimisti, afrocritici e afroalternativi

di Gianni Ballarini

L’Africa vanta un primato. È il continente che più rapidamente è passato dall’essere indicato come l’area del mondo senza speranze, alla regione che custodisce le opportunità economiche più interessanti. L’Economist – bibbia per chi crede nelle sorti irreversibili del liberismo e della democrazia commercializzata – solo 10 anni fa celebrava i funerali dell’Africa. Oggi la descrive come Lazzaro: il continente del futuro. Molti report sostengono che il 2014 sarà il suo anno. E applaudono quei paesi africani che si stanno sviluppando a un ritmo doppio rispetto ai cosiddetti paesi industrializzati e assai vicino a quello delle super affollate economie asiatiche.

“I leoni africani come le tigri asiatiche”, il titolo che va più di moda. Molti studi celebrano la nascita e la proliferazione del cosiddetto ceto medio e la sua capacità di spesa. Dipingono l’area subsahariana come la più ottimista al mondo, con una spiccata fiducia nel futuro. E c’è pure uno studio (quello condotto dal Boston consulting group’s) che svela un continente perfino risparmiatore: secondo gli autori della ricerca (intitolata Africa consumer sentiment survey), in molti paesi africani la percentuale delle persone che risparmiano denaro – tra il 32 e il 59%  – è paragonabile a quello degli abitanti di economie in crescita, come la brasiliana, la cinese e l’indiana.

Ma se per un momento si abbassa il volume della grancassa e della claque dei vari think tank intossicati dal pensiero unico neoliberista, è possibile ascoltare chi avverte, basandosi sugli stessi numeri macroeconomici, che il cambiamento rapido porta con sé opportunità, ma anche molti rischi. L’impetuosa urbanizzazione (tra pochi anni saranno 100 milioni gli africani che vivranno nelle baraccopoli delle grandi città); la disoccupazione giovanile legata anche all’esplosione demografica; gli alti livelli di diseguaglianza ed esclusione sociale; gli sfruttamenti aggressivi delle risorse naturali; i cambiamenti climatici repentini: sono tutti fattori che mettono sotto sforzo le fragili società africane. Senza trascurare i rischi di conflitti e instabilità che quel modello di sviluppo può generare. Un esempio clamoroso di paese dove la crescita del Pil non coincide con il benessere della sua gente è la Nigeria. Nel 2013 ha superato il Sudafrica come prima economia africana: 509 miliardi di dollari di Pil rispetto ai 354 di Pretoria. Ma se c’è un paese lacerato dalle contraddizioni, in cui la ricchezza non è redistribuita, con sacche profonde di disuguaglianza sociale sia al sud (Delta del Niger) sia al nord (terrorismo dei Boko Haram) è proprio la Nigeria. Una realtà dove 4 milioni di giovani spingono ogni anno per entrare nel mondo del lavoro. Con la porta che si apre solo per una piccola fetta di loro.

Certe descrizioni dell’Africa, dunque, rischiano di seguire le mode del momento. I padroni del profitto sono riusciti a spacciare la deregulation e le liberalizzazioni come il brodo di coltura della democrazia. Ma le cose esistono, soprattutto in Africa, anche quando non si possono contare. O contabilizzare. Importare un modello esogeno – la dittatura del Pil e della crescita forte e duratura –  forse non è la risposta giusta per quel continente. Che ha bisogno, forse, di un modello di sviluppo proprio, come ci ha scritto un lettore, «che riesca a coniugare progresso, giustizia e solidarietà meglio di quanto abbiamo saputo fare noi occidentali».

Questo dossier vuole essere uno specchio di queste tre posizioni. Sintetizzabili, usando facili (e semplificatori) slogan, in: afrottimisti, afrocritici e afroalternativi. Essendo la realtà, anche quella africana, un impasto di mezze tinte, ci sono pezzi di verità in ciascuna di queste visioni. Bisogna saperli cogliere.