Le ragioni per guardare con più ottimismo all'Africa

La nuova frontiera

Negli ultimi anni si è innescato un evidente processo di crescita, grazie a fattori macroeconomici, a una gestione pubblica più attenta, a una certa stabilizzazione politica e a un andamento favorevole dei prezzi internazionali delle commodities. Il futuro è delle “economie dei leoni”.

di Giovanni Carbone* (Università degli Studi di Milano e ISPI)

La lista è lunga: povertà estrema, conflitti violenti e crisi umanitarie, land grabbing e “maledizione delle risorse”, corruzione e autoritarismo, jihadismo islamico, e così via. L’Africa resta la prima area geopolitica a cui associamo questi e molti altri riferimenti a tutto ciò che ha buone probabilità di rendere la vita a dir poco in salita per chi nasce dal Sahara in giù. Crisi politiche e umanitarie più o meno nuove come quelle del Centrafrica, del Mali e del nord della Nigeria, o aree di violenza quasi ininterrotta come quelle della Somalia e dei due Sudan occupano una parte schiacciante dell’informazione sulla regione subsahariana trasmessa dai nostri media. Filtra poco altro.

Eppure l’Africa subsahariana non è più come siamo stati abituati a immaginarla. A partire dalla metà degli anni novanta e con l’inizio del nuovo millennio, la regione ha gradualmente sbloccato quella situazione di assenza di sviluppo cui gli osservatori esterni l’hanno lungamente e immancabilmente associata. Un contesto macroeconomico riformato e una gestione pubblica più attenta, una certa stabilizzazione politica e una maggiore responsabilizzazione dei governanti, e un andamento favorevole dei prezzi internazionali delle commodities sono alcuni dei fattori che hanno innescato un processo di crescita nel quale sono stati coinvolti un ampio numero di paesi della regione.

La crescita africana è stata causa e conseguenza, a sua volta, di un progressivo interessamento o ri-interessamento da parte di diversi attori esterni. I governi delle economie avanzate ed emergenti – non solo Cina o Stati Uniti, ma anche India, Brasile o Turchia – e soggetti imprenditoriali e finanziari, pubblici e privati, si sono mossi attratti tanto dalle risorse energetiche e minerarie, di cui il continente è straordinariamente ricco, quanto dalla prospettiva di conquistare nuovi mercati. La diversa percezione della regione si è così manifestata nel diffondersi di un nuovo “discorso” sull’Africa che ha di volta in volta enfatizzato l’idea di un’“Africa emergente” o, addirittura, suggerito un ambizioso parallelo tra le nuove “economie dei leoni” e i più noti successi delle tigri asiatiche.

L’anno di svolta. L’andamento economico dei paesi africani ha attraversato un decisivo punto di svolta attorno al 1995. Dalla metà degli anni novanta, i tassi di crescita hanno iniziato dapprima a stabilizzarsi, pur a livelli complessivamente modesti, per poi aumentare e raggiungere risultati via via più ragguardevoli nel decennio successivo, riportando un + 4,7% per il periodo 2000-2012 (figura 1). Anche dopo un rallentamento generato dalla crisi economica globale, la regione è ripartita rapidamente e nel 2012 ha riportato un tasso di crescita (4,2%) superiore a quello medio (3,8%) dei cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi), ben 11 dei 20 paesi che dovrebbero mostrare la crescita più rapida nel mondo, nel sessennio 2013-2018, appartengono all’Africa subsahariana, inclusi Rd Congo, Costa d’Avorio, Etiopia, Guinea e Mozambico.

Le risorse naturali – gas naturale e petrolio in testa, ma anche altre estrazioni minerarie – hanno indubbiamente svolto un ruolo importante nel trainare e sostenere questo tipo di sviluppo. L’andamento del prezzo del greggio, passato dai 25 dollari al barile di inizio 2000 al picco dei 145 dollari di metà 2008, ha foraggiato la crescita dei paesi produttori. (...)

 

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