L’Africa e l’ideologia del Prodotto interno lordo

La crescita fasulla

Il modello economico occidentale, fondato sulla crescita della produzione di merci, è in un vicolo cieco. Non produce sviluppo, polarizza la ricchezza, smantella le economie tradizionali fondate sull’autoproduzione per l’autoconsumo, mina l’ambiente. Un inganno che va abbandonato, potenziando le tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse.

di Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la decrescita felice

Quando parliamo di povertà, noi occidentali facciamo ricorso a parametri di carattere monetario. La soglia della povertà assoluta, sia per la Banca mondiale sia per le organizzazioni non governative, è costituita da un reddito pro-capite giornaliero inferiore ai 2 dollari al giorno. La soglia della povertà relativa dà un reddito pro-capite inferiore alla metà del reddito medio.

Non ci viene mai da pensare che il reddito monetario può essere considerato il parametro della ricchezza solo nei sistemi economici in cui le persone non possono fare altro che comprare tutto ciò che serve per vivere, perché non sono capaci di autoprodurre nulla, né di instaurare rapporti di solidarietà tra loro. Sono state sufficienti due generazioni per sradicare le conoscenze del saper fare dal patrimonio culturale condiviso e sostituire i legami sociali fondati sul dono reciproco del tempo con la competizione e la concorrenza. È bastato diffondere la convinzione che la civiltà contadina fosse caratterizzata da arretratezze, stenti e miserie, mentre l’industrializzazione e la modernità aprivano le porte dell’abbondanza senza limitazioni, per trasformare nell’immaginario collettivo un impoverimento culturale in un progresso.

In questo contesto è stato possibile spacciare come indicatore del benessere il Prodotto interno lordo (Pil), un indicatore che si limita a registrare il valore monetario delle merci scambiate con denaro, facendo credere che invece misurasse la quantità dei beni prodotti e dei servizi forniti dal sistema economico e produttivo. Un indicatore che cresce anche quando cresce la produzione di merci inutili (il cibo che si butta), dannose (le sigarette, gli sprechi di energia, le armi), riparatorie di danni causati dalla crescita della produzione di altre merci (le bonifiche degli inquinamenti). Mentre non cresce, anzi diminuisce, se qualche superstite riottoso continua a autoprodurre beni per autoconsumo, come, per esempio, gli ortaggi in un orto familiare, invece di comprarli.

Un’economia finalizzata alla crescita della produzione di merci ha bisogno di persone che non sanno fare niente e devono comprare tutto, perché chi non sa fare niente fa crescere il prodotto interno lordo più di chi non deve compare tutto perché sa fare qualcosa. E ha bisogno di smantellare le reti di solidarietà, le famiglie e le comunità dove i rapporti basati sul dono del tempo e la reciprocità consentono di non dipendere dal mercato per tutte le necessità della vita. Con meno di due dollari al giorno si è assolutamente poveri solo se si deve comprare tutto ciò di cui si ha bisogno per vivere. E se il reddito medio cresce di anno in anno con la crescita del Pil, la soglia della povertà relativa si sposta sempre più in alto.

Ma in una società in cui l’autoproduzione di beni e i rapporti basati sull’economia del dono hanno un peso rilevante, il denaro non è la misura della ricchezza. Ritorna a essere quello che è sempre stato: il mezzo che consente di acquistare, sotto forma di merci, i beni e i servizi che non si possono autoprodurre o ottenere sotto forma di scambi non mercantili, perché richiedono tecnologie evolute o competenze professionali specializzate. (...)

 

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