Don Tonino Bello / A dieci anni dalla morte

Un Vescovo con il grembiule

«Per noi credenti, la pace non è frutto della paura, ma dell'amore». Testimonianza e fede ma anche incomprensione e isolamento. Una grande eredità: Osare la pace.

di Carlo Di Cicco

Il vescovo Bello chiedeva di osare la pace per fede. Diceva che impegnarsi per la pace «è un mestiere difficile». Diceva che l’opinione pubblica faceva male a guardare i movimenti pacifisti «come aggregazioni di “zoccolanti” o consorterie di sognatori destinate a fare il loro tempo». Diceva di chiedere per la chiesa italiana «il dono della parresia, cioè della franchezza, del parlar chiaro e con coraggio, sui temi cruciali della pace». Diceva che si era accorto che la parola pace «non era un vocabolo, ma un vocabolario. O, se si vuole, è il dorsale di un libro formato da molti capitoli. C’è il capitolo della giustizia (il più lungo, il più difficile, il più controverso). E poi, il capitolo della libertà, quello dell’uguaglianza, dell’accoglienza, della solidarietà, dello sviluppo, del dialogo. Se uno prende coscienza di questa connessione, passa necessariamente dalla fase romantica alla fase dell’impegno».

Questo e tante altre cose diceva monsignor Antonio Bello – per tutti diventato “don Tonino” – da appena tre anni vescovo di Molfetta. Correva il 1985 e di anni ne avrebbe vissuti ancora otto, pieni e intensi anche come presidente della sezione italiana del movimento cattolico per la pace Pax Christi. Allora era per lo più sconosciuto fuori della sua diocesi, ma anche dentro il popolo della pace.

La metà degli anni ottanta non vedeva le grandi folle cattoliche marciare o manifestare per la pace. C’erano stati grandi cortei contro l’installazione dei missili Cruise. Nulla, tuttavia, di paragonabile alla primavera attuale che contro la guerra ha visto bandiere della pace su migliaia di balconi, e nelle strade e nelle piazze milioni di uomini e donne in tutto il mondo.

La protesta e la denuncia era lo scomodo ufficio delegato a piccoli movimenti come Pax Christi e la pace – a motivo della guerra fredda e dunque della paura del comunismo che si impastava con il rifiuto della pace vista come cedimento alla propaganda rossa – non era stimata e non serviva neppure alle carriere di qualsiasi genere. E così Pax Christi aveva pochi amici quando chiedeva giustizia per rendere possibile la pace o denunciava gli affari dei potenti quale ostacolo radicale alla politica di pace nel mondo. Denunciava già l’impazzare del commercio delle armi dal Nord al Sud del mondo e puntava l’indice sulle guerre dimenticate, sull’uso delle armi chimiche nel conflitto tra Saddam Hussein e l’Iran, contro i curdi, i soprusi nei confronti del popolo palestinese, le torture nel nome di Dio compiute dai generali cristiani in America latina. E pensava cosa buona per la pace e la testimonianza di fede cristiana, coltivare il dialogo fraterno con la chiesa ortodossa di Mosca.

 

 

Ora è meno solo

 

Tonino Bello, diventato presidente di questo movimento cattolico, lottava per una nuova stagione del mondo dove ci fosse una sola grande via di comunicazione che egli chiamava il sentiero di Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, e non si eserciteranno più nell’arte della guerra».

Nella sua prima intervista quale nuovo presidente di Pax Christi, nell’ottobre del 1985, don Tonino confidava: «Desidero servire la causa della pace con la stessa generosità che ha caratterizzato per tanti anni l’impegno di monsignor Bettazzi. Vorrei anche poterla servire con pari intelligenza e con eguale spirito di iniziativa». In comune, questi due grandi servitori della chiesa e della causa della pace hanno avuto il destino di essere lasciati quasi sempre ai margini. Verso di loro, riconoscimenti poco generosi. Salvo dopo la morte, per don Tonino, quando la sua tomba era un loculo basso, a piano terra, e anche i bambini riuscivano a mettervi un fiore.

Al funerale di Bello, inaspettatamente solenne, sul molo di Molfetta, dieci anni fa, Bettazzi presentò il suo amico come un modello nuovo dell’episcopato, definendolo «vescovo con il grembiule». Ossia vescovo vicino alla gente, che aveva servito facendosi prossimo ai bisogni. Era una definizione indovinata – mutuata da un’espressione che don Tonino aveva usato riferendola al dover essere della chiesa – per descrivere il senso del passaggio di monsignor Bello nella chiesa italiana, come pastore di diocesi e vescovo per la pace. Don Tonino ora è meno solo di quanto non lo fosse da vivo.

E il suo esempio ha fatto discepoli più numerosi di un tempo che sembra lontanissimo. Forse perché nonostante che i cambiamenti geopolitici innescati dalla caduta del muro di Berlino contino meno di tre lustri, hanno davvero segnato il trapasso di un’epoca. In verità quel muro è caduto ma le guerre sono rimaste crudeli, sofisticate, etniche, spartitorie di enormi business. È come se il demone del vecchio mondo si sia trapiantato come un virus radicale in questa epoca che si definisce nuova e vanta l’ambizione di cantare la morte, vera o presunta, dell’antico nemico del capitale che per cent’anni è stato indicato come il male supremo.

 

 

Otto giorni prima

 

Forse si intravede – e il terrorismo ce lo ricorda – che la radice della guerra non era il comunismo. Si deve cercare altrove, e il bisogno e la voglia di pace è cresciuta. Anche don Tonino ce l’ha lasciata in eredità. Dotato di rara efficace espressiva, ci ha fatto amare la pace usando parole che noi di solito non troviamo. Come capita per l’amore.

Nel ricordo di questo amico mite che per la pace ha saputo adattare parole che si riservano a una donna che si ama, mi piacerebbe usare le parole che non trovo.

È stato bello con don Tonino perché non ci sono stati interessi da scambiare e regolare. Quale direttore del bollettino di Pax Christi, avevo occasione di sentirci e di vederci al riparo di occhi e orecchie indiscrete. Colloqui di vita, dove con il pane si scambiano speranze e pene per una militanza. E dispiaceri. E lui ne provava diversi anche nella sua chiesa.

L’ultimo ricordo si ferma a un lunedì di Pasqua, una settimana prima che quel 20 aprile del 1993 lo rapisse alla vita, facendo ingigantire il suo magistero. Nel letto della sua stanza di malato ormai terminale, con il gomito poggiato sul cuscino, per seguire la messa celebrata dal vescovo Bettazzi. E un ristretto gruppo di amici di Pax Christi venuti da lui per saluti affettuosi dal sapore di commiato finale.

Don Tonino ringrazia, nel suo stile, per i segni di amicizia ricevuti e che lo rendono felice e poi, nelle brevi parole a commento della liturgia, getta lo sguardo oltre la morte che dice di attendere ormai imminente. E sorride. Perché, a noi che ci addoloriamo, ripete che, di là, si concreterà la nostra speranza, e stando con Dio faccia a faccia ci potremo fare tante risate nel ripensare quanta agitazione caratterizza la nostra vita. Per cui è bene non considerare eccezionali le nostre iniziative e il nostro operare, e che solo l’amore conta. Anche l’impegno per la pace conta nella misura dell’amore che ci si mette. Almeno nella visione di fede.

Mi sono ricordato che quello non era un pensiero improvvisato, ma la sintesi del suo messaggio di vita. Ne aveva parlato in svariate occasioni. In un convegno romano sull’Italia che ripudia la guerra come chiede la sua costituzione, aveva detto agli esperti partecipanti: «Per noi credenti, la pace non è frutto della paura, ma dell’amore». E poi richiamandosi a Bonhoeffer aggiungeva: «Noi credenti dopo aver “usato” la fede per la pace, dobbiamo oggi “osare” la pace per la fede. Questo vuol dire che chi la osa, deve sborsare in contanti monete di lacrime, di incomprensioni, di sangue. Ma vuol dire soprattutto che la pace deve continuamente tenere i conti aperti. Con la stoltezza della Croce che provoca il sorriso dei dotti. Con la debolezza della Parola di Dio che suscita le preoccupazioni dei prudenti. Con il linguaggio non suggerito da sapienza umana che genera compatimento dei devoti e l’indifferenza della massa.

È la croce che ci insegna come amare i nemici. Una croce da prendere per il braccio lungo, come fece Gesù, e non da impugnare per il braccio corto, come abbiamo fatto noi, usandola a guisa di spada che ferisce e uccide».

 

Pubblicato su Nigrizia nel numero di aprile del 2003