25 Aprile a Verona

Pace e Arena

Non è un’operazione nostalgia. Piuttosto un nuovo inizio. Per fare del disarmo, e del percorso per realizzarlo, una piattaforma comune dell’arcipelago pacifista.

di Raffaello Zordan

Scorrendo la lista dei primi firmatari dell’appello che chiama all’appuntamento del 25 aprile a Verona, vien da pensare che sarà un’Arena con tante anime e nessuna targa. E vien da chiedersi quale può essere il collante politico in grado di tenere insieme provenienze e culture così disparate (catto-pacifiste, sindacali, ambientaliste, radicali e quant’altro), e a farle muovere verso un preciso, concreto obiettivo.

Sappiamo che vi convergeranno, esercitando una qualche egemonia, mondi cattolici (ecumenici), nonviolenti e pacifisti, eredi delle prime cinque Arene dei Beati i costruttori di pace (1986, 1987, 1989, 1991, 1993) e in parte di quella del 2003. Sappiamo pure che per questi mondi ha valore anche la semplice testimonianza. Ecco, questo può essere un collante etico, buono anche per le giovani generazioni: una bella giornata di riflessione per dirci quanto siamo buoni e bravi; poi tutti a casa propria, i più giovani con qualche illusione, i più anziani senza.

Per non vivere alla giornata e costruire un percorso politico condiviso, serve altro. Una proposta forte e una struttura organizzata che sappia interloquire con le istituzioni e con i partiti. E che tenga testa a quel famoso complesso militare-industriale che fino a oggi ha dormito sonni tranquilli.

È un’operazione non da poco. Eppure necessaria, se si concorda che il pacifismo italiano si muove di solito in ordine sparso. Dal momento che non crediamo che chi ha voluto e organizzato questa Arena 2014 (e coloro che si sono associati all’iniziativa) sia uno sprovveduto, abbiamo provato a saggiare un po’ il terreno.

Non si fa pregare Francesco Vignarca, analista della Rete italiana disarmo: «Mi auguro sia l’inizio di una strutturazione del movimento. I segnali ci sono. Noi ci muoviamo sul concreto – vedi campagna “Stop F-35” – e abbiamo avviato una riflessione su un tema chiave, quello della difesa civile non armata». Se si tocca il tasto della politica, scatta: «Sulle spese degli armamenti e le ristrettezze di altre voci del bilancio dello stato siamo già in grado di interloquire con gli enti locali. Per farlo sistematicamente bisogna investire in ricerca e in uomini. E non dimentichiamo che a maggio si vota per le europee e che è a livello continentale che si prendono gran parte delle decisioni in materia di armamenti».

Alex Zanotelli, missionario comboniano, simbolo delle Arene e primo firmatario dell’appello, concorda sul fatto che il pacifismo sia un insieme di rivoli che scorrono ognuno nel proprio alveo: «Ho insistito sulla realizzazione dell’Arena proprio perché diventi l’occasione per costruire una piattaforma unitaria del movimento. Per andare a disarmare l’Italia dobbiamo organizzarci».

E manda a dire alla Chiesa istituzione: «Noi missionari siamo per il disarmo perché siamo con i poveri. E sono i poveri di qualsiasi latitudine che subiscono le maggiori conseguenze delle spese militari. E poi perché pensiamo il sistema militare-industriale contraddica il vangelo. Se la Conferenza episcopale italiana fosse più chiara sugli armamenti, anche il movimento per la pace e il disarmo ne trarrebbe vantaggio».

Dal missionario al laico e radicale Sergio D’Elia, segretario di “Nessuno Tocchi Caino”. Partecipa all’Arena perché è disponibile al dialogo con tutti e perché «è anacronistico, se si guarda al panorama mondiale con il suo carico di povertà, migrazioni e ambiente degradato, continuare a destinare cospicue risorse alle armi. L’Arena sarà utile se in grado di elaborare proposte. Una delle questioni da porre è quella della cooperazione allo sviluppo, che è ridotta ai minimi termini perché è uscita da tempo dall’agenda politica e ha subito un taglio netto di risorse».

«Greenpeace è da sempre un movimento pacifista», esordisce Alessandro Gianni, direttore Campagne di Greenpeace Italia. «Non è nemmeno pensabile che la difesa dell’ambiente sia praticabile in un contesto militarizzato. Come si è ben visto nell’Artico russo lo scorso settembre, quando i nostri attivisti che protestavano contro le trivellazioni sono stati accolti a colpi di kalashnikov. Tra l’altro, ci risulta che a breve anche in Italia le piattaforme petrolifere saranno dichiarate “zona militare” o qualcosa del genere. Ci aspettiamo che, anche grazie all’Arena, i cittadini d’Italia – paese che ha una delle migliori costituzioni “pacifiste” del pianeta – chiedano conto alla politica (e un po’ anche a sé stessi, come elettori) dell’attuale deriva militarista, delle folli spese in armamenti e della conseguente erosione degli spazi democratici».

Lupus in fabula, ecco don Albino Bizzotto, fondatore dei Beati i costruttori di Pace e autore dell’appello che innescò le Arene. Per il 25 aprile ha un’idea precisa: «Qual è l’urgenza più grande per l’umanità, quale l’attesa più condivisa? Che si ponga fine alla violenza nei confronti della Madre Terra. La prima nonviolenza parte da qui, perché ne va della vita di tutti. Le realtà che già lavorano sul territorio possono trovare nell’Arena ulteriori motivazioni per mettersi a servizio dei beni comuni e della salvezza del pianeta. Perché non lanciare dall’Arena la Dichiarazione universale dei diritti della Terra?».

Mao Valpiana del Movimento nonviolento, chiarisce subito che a Verona non nascerà nessun nuovo movimento, piuttosto si metterà a fuoco un obiettivo comune. E poi mette giù qualche paletto: «L’Arena del 25 aprile è nel solco di quelle dei Beati i costruttori di pace, ma è aperta a tutti coloro che si riconoscono nell’appello. È un appuntamento nel quale ogni gruppo e associazione può riconoscersi, pur mantenendo la propria specificità e anzi declinandola meglio. Faremo proposte precise sulla riforma del sistema di difesa. Con le risorse liberate dal processo di disarmo si potrà mettere in campo la difesa nonviolenta. E si darà al cittadino la possibilità di scegliere con quali modalità difendere la patria, decidendo di versare il 5 per mille delle proprie tasse a questo scopo».

Abbiamo capito che in Arena nessuno vuole arenarsi. E nemmeno spendersi per un’iniziativa encomiabile ma ininfluente.

 

Pubblicato su Nigrizia nel numero di Febbraio del 2014