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SACE: Storia di tangenti e corruzione

Tunisia, Lesotho, Nigeria…I casi più noti in Africa. Perfino l'OCSE ha consigliato maggiore “Attenzione” all’ACE Italiana.

di Gianni Ballarini

 

Ha cambiato pelle. Dicono. E, di certo, fa di tutto per non farsi annegare nella melassa dei luoghi comuni. Tuttavia per Sace è difficile convivere con i tanti detriti depositati dal fiume della sua storia. Qualcosa le rimane appiccicato addosso. Come l’accusa di aver imparato a memoria la grammatica corruttrice. Forse dipende dal fatto che, come scrive in un suo rapporto Trasparency International, era pratica comune che i contratti firmati dalle agenzie di credito alle esportazioni subissero una maggiorazione tra il 10 e il 20% a causa delle “provvigioni” (tangenti) necessarie per la firma del contratto. O, forse, dal fatto che già alla sua nascita (1977), la Sace era stata ideata e gestita (da Ruggero Firrao, uomo P2) come luogo di potere e di corruzione. Per poi diventare la cassaforte dei governi del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani). 

Una lettura consigliata per capire come funzionava la “Croce rossa” della politica e delle grandi imprese è la richiesta di rinvio a giudizio – scritta nell’estate del 2006, ma che si riferisce a fatti accaduti negli anni ’90 – dal pm napoletano Vincenzo Piscitelli per il crac Italgrani, la corazzata dell’ex re del grano Franco Ambrosio. Pagine che fanno rabbrividire. Ne esce uno spaccato disarmante per la mole degli interessi, le connection pluriramificate e la corruttela diffusa a tutti livelli. Con al centro la Sace, i cui funzionari avrebbero assicurato indebite operazioni di export verso l’ex Urss all’Italgrani: operazioni gonfiate o addirittura inventate, falsificando documenti.
Del resto è del marzo del 1998 la condanna della Corte dei conti nei confronti di 5 dirigenti e funzionari della Sace e di un ex ambasciatore italiano in Tunisia al pagamento di 93 miliardi di vecchie lire per i danni patrimoniali e morali allo Stato causati dalle deviazioni amministrative riscontrate in «disinvolte coperture assicurative concesse a imprese operanti in paesi in via di sviluppo». 
E che dire dell’ammissione pubblica, nel settembre del 2006, della nuova Impregilo (il principale gruppo italiano nel settore delle costruzioni e dell’ingegneria) in merito alle responsabilità della vecchia società nel processo per corruzione, relativo all’aggiudicazione di appalti per il Lesotho Higlands Water Project, tra i più importanti progetti africani di gestione delle acque? Un’ “ammissione”, quella dell’Impregilo, obbligata, visto che il tribunale del piccolo paese africano le ha imposto il pagamento della somma di 15 milioni di rand, circa 1,5 milioni di euro. E chi c’era tra i “garanti” dell’opera? La Sace, ovviamente.

Beh, vecchie storie, si potrebbe replicare. Ormai si è voltata pagina. O quasi. Visto che l’agenzia, guidata da Giorgio Tellini, mantiene qualche “impiccio” pure oggi. In Nigeria, ad esempio. O meglio, nel Delta del Niger. A Bonny Island, nel River State, la Snamprogetti (Eni), fa parte del consorzio TSKJ che, per conto della Nigeria LNG Limited, è impegnato nella costruzione e gestione di grandi impianti di produzione di gas naturali. Progetti ambiziosi. Su cui ha investito anche Sace, garantendo Snamprogetti per 190 milioni di euro. Il guaio, come ci rivela la relazione della Corte dei conti sul bilancio 2005 dell’Eni, è che la Securities and Exchange Commission degli Usa (l’autorità di controllo della Borsa) ha notificato all’Eni, nel giugno 2004, una richiesta di collaborazione «al fine di acquisire documentazione e altri elementi informativi concernenti il consorzio TSKJ». La Sec stava indagando, infatti, «su presunti pagamenti impropri a pubblici ufficiali da parte della TSKJ». Una curiosità, quella americana, figlia dell’inchiesta di una procura francese, che nel 2003 aveva aperto un fascicolo sul consorzio, accusato di aver pagato fino a 180 milioni di dollari in tangenti per vincere i contratti nell’area.

La Sace, sul finire del 2003, si è dotata di un codice etico con regole e principi non solo verso i dipendenti, ma anche nei confronti di clienti, fornitori, governi.... È sufficiente? Nel novembre del 2004 – come riporta con accuratezza il saggio “Profitti sicuri, sviluppo a rischio”, di Andrea Baranes, Antonio Tricarico e Luca Manes – il Gruppo di lavoro dell’Ocse sulla corruzione ha pubblicato un rapporto sull’applicazione in Italia delle norme contro la corruzione della stessa Ocse. Tra i diversi capitoli, una parte è dedicata ai crediti all’esportazione e alla Sace. Vi si legge: «I capi esaminatori raccomandano che siano fatti degli sforzi per promuovere la consapevolezza tra i dipendenti Sace in merito all’offensiva contro la corruzione all’estero e ai connessi obblighi esistenti in base alla legge e al codice etico della Sace (…). L’efficacia dei codici etici Sace nel prevenire la corruzione all’estero dovrebbe essere ulteriormente monitorata». Un sollecito.
Perché se è abbastanza semplice scrivere codici, difficile è sottrarli al destino inesorabile di carta straccia.

 

Pubblicato su Nigrizia nel numero di Maggio del 2007