SACE / I misteri della Spa "pubblica"

Profitti assicurati

Garantisce le imprese italiane all'estero. L’unico azionista è il Ministero del Tesoro, che incassa ricchi dividendi. Ma, nel frattempo, è stata una macchina terribile nel produrre l'indebitamento dei paesi in via di sviluppo. Le sue operazioni sono avvolte nel silenzio. Soprattutto quelle legate al commercio delle armi.

di Gianni Ballarini

 

È uno dei salotti bene dell’economia italiana. Conosciuto da pochi. Dove si elogia il silenzio. E si coccola la riservatezza. Ambito dalla grande imprenditoria e dalle banche, perché in un angolo della sua sala è custodito un forziere, ricco di “dobloni”. Ma anche l’affamata politica, che nel tempo si è pure abbuffata al suo tavolo, ignora spesso che cosa si muova, carsicamente, nelle stanze di comando di quel fortino. Di ufficiale si sa che è (stato), insieme ai suoi simili occidentali, uno dei più potenti strumenti di indebitamento dei paesi poveri.
 
Da sotto il velo del mistero, sbuca la Sace, la “società per azioni a capitale interamente pubblico, nata per le attività di sostegno delle operazioni di export delle imprese italiane in ambito internazionale”. Una compagnia di assicurazione pubblica, a garanzia del rischio commerciale e politico, per le imprese nazionali. “Missione” tipica di tutte le agenzie di credito all’esportazione (Ace) mondiali.
 
È alla sua porta, ad esempio, che bussa l’azienda italiana che deve fare un grosso lavoro in un paese dove c’è il rischio di non essere pagati. L’azienda versa un premio, la Sace le fa una polizza. Poi, se l’affare va male – per un colpo di stato o perché scoppia una guerra o per qualsiasi altro avvenimento “politico” – scatta l’indennizzo, come avviene in un “sinistro” assicurativo qualsiasi. La differenza, rispetto alle assicurazioni tradizionali, è che l’agenzia paga con soldi “pubblici”, essendo una spa il cui unico azionista è il ministero del tesoro.
 
Non solo. Nel momento in cui Sace subentra nel credito all’azienda, sarà la stessa agenzia a reclamare il pagamento allo stato straniero. Se quest’ultimo resta inadempiente, quelle perdite diventeranno una parte del debito bilaterale dovuto da quel paese all’Italia. Un meccanismo semplice, che ha alimentato, soprattutto negli anni ’80 e ’90, lo strangolamento dei paesi in via di sviluppo.
 
E arricchito le economie, le imprese e gli istituti di credito dei paesi ricchi. Il “paracadute pubblico” ha coperto nel tempo, con molta leggerezza, investimenti improduttivi e rischiosi, approfittando di regimi corrotti o autoritari del sud del mondo. E i debiti generati pesano in proporzioni notevoli, essendo gravati da interessi a tassi commerciali e non a tassi calmierati, come previsto nei prestiti bilaterali o multilaterali o nei crediti di aiuto.
 
C’è da assicurare le aziende italiane in Iraq? Nessun problema, garantisce Sace. L’Iran è un paese a rischio? Non per Sace, che ha un’esposizione nei confronti dell’ex Persia di oltre 4 miliardi di euro. La Nigeria è una paese ad alto rischio corruzione? L’Eni lavori tranquillo: ha le spalle coperte da Sace.
 
 
Forziere e trasparenza
 
Soprattutto dopo la sua trasformazione in spa (nel 2004), nell’agenzia italiana convivono due anime: quella privata di assicuratore attivo nel mercato delle protezioni sui crediti a breve termine e delle cauzioni. E quella pubblicistica, di un organismo che offre agli esportatori italiani una copertura a lungo termine (oltre 24 mesi) dei rischi politici, che ben difficilmente potrebbe essere fornita da operatori privati.
 
Negli ultimi 5 anni la Sace si è rivelata per il suo azionista un piccolo forziere pieno di liquidità, da cui prelevare qualche cerotto milionario per tamponare le falle del bilancio statale. A fine 2006, ad esempio, il cda di Sace ha staccato un assegno da 3,5 miliardi di euro e consegnato nelle mani del ministro Tommaso Padoa Schioppa, come restituzione di parte del capitale (8 miliardi 225 milioni e spiccioli) avuto in dote.
 
L’agenzia è una macchina che macina soldi a palate. Per utili distribuiti nel 2005 (590 milioni di euro), è stata la terza società che fa capo al Tesoro, superata solo da Eni (900 milioni) ed Enel (593). Ha invece chiuso il 2006 con un utile netto di 510,1 milioni di euro (contro i 757,4 del 2005), distribuendo all’azionista un dividendo pari a 339,1 milioni.
 
Sommando un po’ tutto (dividendi e capitali restituiti), negli ultimi 5 anni la Sace ha ridato al ministero quasi 5 miliardi di euro. Un tesoro. A differenza di quello che capitava nei decenni scorsi, quando era in perenne perdita ed era solo utilizzata come macchina di potere e di corruzione. Sace, tuttavia, ha mantenuto un tratto costante nel tempo: la riservatezza, che sconfina spesso nella segretezza.
 
Ancora oggi è un’impresa titanica ottenere la lista dei beneficiari delle coperture assicurative o degli indennizzi Sace. I dirigenti si trincerano nella formula: «Tuteliamo il segreto commerciale e la privacy dei clienti». Un componente del cda ci ha confidato: «Provi a chiedere informazioni all’amministratore delegato delle “Generali”. Vedrà se le risponde». Ma le Generali non hanno un capitale totalmente pubblico.
 
«Infatti, noi rispondiamo al Tesoro». Evidentemente al ministero fanno poche domande alla società, perché, quando abbiamo chiesto informazioni ai suoi uffici, molti sono caduti dalle nuvole. Nello stesso rapporto annuale di attuazione della legge 209/2000 (che prevede la cancellazione bilaterale dei debiti per i paesi più poveri) le specifiche operazioni inerenti il debito Sace cancellato non sono rese pubbliche, a differenza del debito generato dai crediti d’aiuto.
 
 
Il mercato delle armi
 
Un silenzio d’oro che gonfia gli interrogativi. Siamo sicuri, ad esempio, che tutte le operazioni che concludono all’estero le nostre aziende siano sempre limpide? Uno dei sospetti maggiori riguarda il traffico di armi: ottimo affare per la Sace, strumento indispensabile per venderne sempre di più in giro per il mondo.
 
«Assicuriamo molte operazioni legate ai sistemi di difesa e alle armi», conferma un membro del cda, che vuole mantenere l’anonimato. «Hanno tutte, comunque, il via libera dal ministero degli esteri». Dati puntuali, zero. «Privacy». Ma è noto come Finmeccanica sia tra i clienti più importanti dell’agenzia di credito. Quest’ultima, ad esempio, ha assicurato nel luglio del 2005, per 55 milioni di euro, la fornitura di 5 elicotteri Agusta al governo turco.
 
Ha emesso nel gennaio del 2006 una garanzia di oltre 21 milioni per Alenia Aeronautica (sempre gruppo Finmeccanica) per la vendita di tre aerei all’India. Da quando è nato il programma aerospaziale Atr, sono oltre 90 le operazioni legate alla vendita di questi velivoli supportate da Sace. E agli inizi del 2000, l’agenzia italiana garantì la fornitura di 30 elicotteri da combattimento al Sudafrica, con un’opzione per altri 10.
 
Pier Francesco Guarguaglini, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, è perfino nel Comitato consultivo di Sace, chiamato a dare suggerimenti sulla linea politica dell’agenzia di credito all’esportazione. E che il commercio delle armi sia un business su cui calare un velo di riservatezza, lo dimostra il fatto, infine, che i settori aerospaziali, della difesa e delle telecomunicazioni sono stati esclusi dalla policy of disclosure (politica di divulgazione) delle informazioni che l’agenzia si è data nel 2003. Una politica che doveva rappresentare un timido passo nella direzione di una maggiore trasparenza in alcuni settori. Non in quello armiero.

 

Pubblicato su Nigrizia nel numero di Maggio del 2007.