Gli USA in Africa / Nuova strategia militare

Pentagono nero

Un comando unificato, più risorse e più uomini. Così Washington intende rilanciare la propria presenza nel continente, in chiave antiterrorismo e per la sicurezza energetica.

di Carmine Curci

Oggi le forze statunitensi in Africa operano sotto tre comandi differenti, nessuno dei quali però ha sede in Africa. Il principale è situato a Stoccarda, Germania, copre 42 paesi africani ed è diretto dal gen. Bantz J. Craddock, che dal 14 luglio scorso ricopre un doppio mandato: comandante Nato e comandante Usa in Europa.

 

Parlando alla Commissione di difesa del Senato, il 19 settembre Craddock ha dichiarato che il Pentagono ha «un piano per un comando unificato in Africa (African Commad, o Afcom)», per «provvedere a una maggiore concentrazione e a una più vasta sinergia a supporto della politica e degli impegni statunitensi nella regione, con un significativo impiego di risorse». Secondo gli stati maggiori dell’esercito americano, questo nuovo comando per l’Africa faciliterà il raggiungimento di un duplice obiettivo: lotta al terrorismo e sicurezza energetica.

 

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Sudafrica. Elicotteri americani nella base di Hoedspruit.

Gli analisti del Pentagono ritengono che l’attuale assetto, sotto il comando europeo (Eucom), non risponda più in maniera adeguata alle nuove sfide che si profilano nel continente. Due le principali attività strategiche dell’Eucom in Africa: l’Iniziativa antiterrostistica trans-sahariana (Tscti , ex Pan-Sahel Iniziative), e la sicurezza marittima dell’Africa Occidentale. La Tscti è un programma studiato per aiutare a sviluppare le forze di sicurezza interne necessarie per controllare le frontiere e combattere il terrorismo e altre attività illegali (come il traffico di droga).

 

Inizialmente si concentrava su Mali, Mauritania, Niger e Ciad, ora è stato esteso anche ad Algeria, Marocco, Tunisia, Senegal, Ghana e Nigeria. L’iniziativa aumenta l’assistenza a questi paesi nel rilevare e rispondere alle minacce all’interno della regione. Inoltre, aiuterà queste nazioni a mantenere la sicurezza attraverso maggiori capacità, per mettere fine ai conflitti fin dal loro nascere e tenere sotto controllo gruppi terroristici, quali la Jihad salafista e l’Assiran al-Mustaqin.

 

Con un Medio Oriente sempre più instabile, il petrolio dell’Africa occidentale sta assumendo un’importanza crescente per la strategia energetica degli Usa. Di qui, la seconda priorità dell’Eucom: la sicurezza lungo le coste del Golfo di Guinea, regione ricchissima di risorse petrolifere. Nei prossimi dieci anni, il Comando europeo statunitense svilupperà un sistema di sicurezza, chiamato “Guardia del Golfo di Guinea”, che aumenterà la capacità di controllo dei singoli stati costieri. Già nel gennaio 2005, 1.400 marines statunitensi presero parte a esercitazioni al fianco delle flotte locali. Durante i mesi di ottobre e novembre dello stesso anno, per cinque settimane, marinai e marines americani parteciparono a una esercitazione, denominata “Green Osprey”. La presenza all’esercitazione di militari spagnoli, italiani, norvegesi, olandesi e senegalesi intese mettere in risalto l’importanza della cooperazione tra Usa, alleati Nato e nazioni dell’Africa Occidentale in materia di sicurezza e difesa.

 

Il secondo comando è il Centcom (comando centrale), guidato dal gen. John Abizaid (a capo anche di alcune forze in Iraq). Con base in Florida, copre Egitto, Gibuti, Etiopia, Eritrea, Kenya, Seicelle, Somalia e Sudan. Centcom guida la strategia dell’iniziativa antiterrorismo dell’Africa Orientale (Eacti), al cui interno opera la Forza di stanza nel Corno d’Africa (Combined Joint Task Force-Horn of Africa), sotto il comando del contrammiraglio Richard W. Hunt, con 1.800 uomini posizionati a Camp Lemonier, in Gibuti. È da questa base che sono partiti i reparti speciali subito dopo la conquista di Mogadiscio da parte delle truppe etiopiche, alla ricerca di militanti di Al-Qaida in territorio somalo, soprattutto verso il confine con il Kenya. Madagascar, Maurizio e Comorre, infine, cadono sotto il Comando del Pacifico, guidato dall’ammiraglio William J. Fallon.

 

Secondo quanto ha dichiarato il gen. Craddock, «questa struttura con tre vertici rende difficile una risposta rapida e coerente, qualora si verificasse una complessa situazione riguardante l’intero continente». Il generale ha quindi aggiunto: «Oggi il 15% delle importazioni statunitensi di petrolio proviene dall’Africa. Questa percentuale potrebbe arrivare, secondo recenti esplorazioni nella regione del Golfo di Guinea, a 25-35% nei prossimi dieci anni». Ha riconosciuto però che c’è grande competizione. Il greggio africano fa gola all’Europa e all’Asia. «Altre nazioni sono disposte a offrire soldi, aiuti militari, appoggio politico e molti altri incentivi, anche in assenza di quelle condizioni che noi americani tradizionalmente richiediamo».

 

La creazione di un nuovo comando per l’Africa comporterebbe il dispiegamento di più truppe in varie aree. Negli scorsi tre anni, la base di Camp Lemonier ha aumentato di 1.000 uomini il personale militare. In altre regioni, gli Usa sembrano optare per una strategia diversa: attrezzature leggere e personale in grado di essere trasportati in aree di crisi in qualsiasi momento. Punto di raccordo di questa nuova strategia è l’aeroporto di Entebbe, in Uganda, dove due edifici in acciaio possono ospitare truppe ed equipaggiamenti. Basi aeree sono presenti in Mali (presso Bamako), Senegal (Dakar), Zambia (Lusaka) e in Gabon. Un accordo con il Kenya consente l’accesso al porto di Mombasa e alle basi aeree di Embakasi e Nanyuki.

 

In Nord Africa, gli Usa utilizzano aeroporti e porti in Marocco e Tunisia, dove però la maggior parte delle strutture sono controllate da truppe locali, così da rendere meno visibile la presenza americana. Washington progetta una stazione di sorveglianza radar a São Tomé e Príncipe. In un prossimo futuro le isole potranno accogliere una base militare navale di notevoli dimensioni.

 

La maggiore preoccupazione per il Pentagono è che l’Africa non provvede fondi o soldati per sostenere le operazioni antiterroristiche. Fonti dell’esercito americano ritengono, tuttavia, che circa il 25% dei soldati stranieri impiegati in Iraq provengano dall’Africa, soprattutto da Algeria e Marocco.

 

Pubblicato su Nigrizia nel numero di Febbraio del 2007.