Italia / Le distorsioni dell'otto per mille.

Militari, che fame

Le quote Irpef destinate allo Stato dovrebbero essere impiegate a scopi sociali, in particolare contro la fame nel mondo. Negli ultimi dieci anni, invece, i governi di Ulivo e Casa delle Libertà hanno destinato solo lo 0,8% delle risorse a quello scopo. Oltre il 33% è andato alle missioni "di pace" all'estero. Un meccanismo che ha fatto il suo tempo?

di Gianni Ballarini

Un’altra illusione “buonista” è arrivata al capolinea. Quale? Che i fondi destinati dai contribuenti, con l’8 per mille, allo stato abbiano finalità sociali e umanitarie. 

Grondando mistica bontà a poco prezzo e alleggerendosi la coscienza, la legge 222 del 1985 – istitutiva del meccanismo – aveva solennemente promesso ai cittadini-contribuenti che parti consistenti di quelle somme sarebbero state utilizzate per interventi straordinari contro la fame nel mondo. O per assistere i rifugiati in Italia.

 

Impegni guasti. Quel denaro, infatti, sta sfamando (e ha sfamato) i nostri militari impegnati in missioni all’estero; è diventato benzina per i carri da combattimento. Imbrogliando la volontà di chi le aveva versate, quelle somme hanno cambiato destinazione, per andare a consolare il ministero della difesa.

 

L’inganno

  

L’otto per mille è il frutto del nuovo concordato (1984) fra la Repubblica italiana e la Santa Sede. Si tratta di una quota del gettito dell’Irpef ripartita fra la chiesa cattolica, altre cinque confessioni religiose – che hanno raggiunto un’intesa con lo stato – e lo stato stesso, in proporzione alle preferenze espresse dai contribuenti.

 

Per il 2005, grazie anche al meccanismo in base al quale chi non sceglie sceglie tutti (vedi box in calce alla pagina ), allo stato spetteranno 91 milioni 800mila euro e qualche spicciolo. Alla chiesa cattolica, 854 milioni 214mila euro e spiccioli.

 

E lo stato, elemosiniere di sé stesso, come deve investire quelle somme? La 222 dell’85 è chiara: «Le quote sono utilizzate per interventi straordinari per la fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali». Berlusconi, all’inizio del 2004, rassicurò tutti comunicando che «quei ricavi delle imposte sono utilizzati al meglio, non solo a sostegno della chiesa, ma in favore dell’intera comunità nazionale e dei paesi del terzo mondo».

 

Probabilmente, si era già scordato che qualche mese prima, nella legge finanziaria per il 2004, era stato curiosamente e silenziosamente introdotto un piccolo comma, il 69 dell’articolo 2, che disponeva che la quota dell’otto per mille che lo stato avrebbe destinato nel 2004, nel 2005 e nel 2006 agli scopi prefissati dalla legge 222 sarebbe stata decurtata di 80 milioni ogni anno. Per motivi legati alla sicurezza, si disse allora. Per sostenere le missioni militari “di pace” all’estero, si scopre oggi.

 

Così, l’anno scorso, dei 100 milioni e poco più assegnati allo stato, ne sono rimasti fruibili solo 20. Di questi, solo 911mila per progetti legati alla fame nel mondo. Il 4,4% sulla somma disponibile. Lo 0,9% rispetto al gettito iniziale. Briciole da prefisso telefonico. Sempre meglio, tuttavia, di quello che accadde nel 2000, quando ai progetti per la fame nel mondo furono assegnate zero lire.

 

Tutti a stracciarsi le vesti. Dichiarazioni davvero di fuoco. Specialmente nel centrosinistra. Le ong, alle prese con il profondo rosso delle risorse, denunciano: «Questo è un atto gravissimo contro le attività sociali ed etiche del paese».

 

Centrosinistra distratto

  

Ma è stato solo il perfido e cattivo governo Berlusconi ad aver creato i cittadini di serie A (quelli che, indicando come beneficiari gli enti religiosi, vedono rispettata la loro volontà) e quelli di serie B (che vedono tradita la loro scelta di destinare l’otto per mille allo stato)? Macché. Prodi, D’Alema e Amato, regnanti ulivisti a Montecitorio fino al 2001, si sono comportati allo stesso modo.

 

Nel 1997, dei 183 miliardi di lire affidati dai cittadini allo stato per opere sociali, l’esecutivo del professore bolognese ne erose 65 per finanziare la partecipazione italiana alla missione militare in Albania. Per la fame nel mondo? Zero lire. Due anni dopo, il Bruto D’Alema finanziò con 140 miliardi di lire gli interventi delle nostre forze militari nell’ex Jugoslavia, prelevandoli dai 201 miliardi dell’otto per mille a gestione statale.

 

Più generoso (?) di Prodi, invece, nel sostenere i progetti contro la fame nel mondo: 154 milioni, lo 0,07% dell’ammontare iniziale. Percentuale azzerata l’anno successivo, quando neppure uno degli undici progetti presentati fu finanziato. Mentre per missioni militari internazionali furono distolti, dall’otto per mille, 110 miliardi. Che salirono a 150 nel 2001.

 

Facendo un calcolo artigianale, e trasformando le lire in euro, negli ultimi dieci anni (dal 1995 al 2004) i soldi che i contribuenti italiani hanno scelto di destinare allo stato sono stati 953 milioni 825mila euro. Di questi, 320 milioni 281mila (33,5%) sono stati dirottati sui nostri rambo all’estero; 8 milioni 241mila euro (0,88%) hanno finanziato progetti contro la fame nel mondo. Un risultato anoressico. Fallimentare.

 

 Finanziata la cura Di Bella

 

Se si esce per un attimo dal mondo dei balocchi, si scopre come gli impegni per la fame nel mondo e per l’assistenza ai rifugiati siano stati utilizzati da Roma solo come specchietti per le allodole. Un modo per spillare soldi in cambio della promessa di liberazione da un rimorso.

 

L’utilizzo di quel pozzo di san Patrizio, nella realtà, è stato perlomeno stravagante. E non solo perché è servito ad alimentare la macchina militare italiana. Dal 2006, ad esempio, 10 milioni di euro di quel fondo saranno destinati a finanziare «l’incremento dei livelli occupazionali nei comuni del Sud con più di 300mila abitanti».

 

Nei primi anni ’90, con l’otto per mille statale furono pagati gli stipendi dei forestali e della protezione civile. Nel 1994 prelevarono da quella voce i 34 miliardi di lire necessari per coprire «gli indennizzi per invalidità da vaccinazioni obbligatorie». Quattro anni dopo, l’allora ministro della Sanità Rosy Bindi pescò da quel pozzo i 5 miliardi di lire indicati per la sperimentazione “Di Bella”, in campo oncologico.

 

E l’elenco delle “distorsioni” potrebbe continuare fino a notte fonda. Ma anche quando i vari governi romani rispettano le finalità sociali imposte allo stato dalla 222, si assiste a una sproporzione sconfinata tra i soldi spesi per il restauro di beni culturali (la maggior parte dei quali legati alla chiesa cattolica, che incassa un nuovo fiume di finanziamenti) e quelli destinati alla fame nel mondo.

 

 

Se si esclude il 1998, dove la percentuale di progetti finanziati per quest’ultimo scopo è stata dell’11%, negli anni successivi non si è mai superato il 5%. Anzi. Nel ’99 è stata dello 0,44%, nel 2000 dello 0%, nel 2001 dell’1,51%, nell’anno successivo del 2,62%, nel 2003 del 2,52, e l’anno scorso del 4,4%. Dati sconfortanti.

 

«Anche perché molte delle risorse destinate ai beni culturali o alle calamità naturali», rivela Antonio Pizzinato, senatore diessino in commissione bilancio, «assomigliano a finanziamenti clientelari mascherati ai collegi elettorali di provenienza dei vari esponenti di governo e della maggioranza».

 

Che fare, dunque? Annapaola Laldi si occupa da anni di queste tematiche per l’Associazione dei diritti degli utenti e dei consumatori (Aduc). Sue le riflessioni conclusive: «Lo stato, depredando il fondo statale dell’otto per mille, dichiara implicitamente di avere delle priorità più importanti rispetto a quelle enumerate nella normativa. Non sarebbe più giusto, a questo punto, ammettere onestamente che l’otto per mille dello stato ha fatto il suo tempo?».

 

Pubblicato su Nigriza nel numero di ottrobre del 2005.