Compagnie private militari/ il boom e le sue contraddizioni

Il mercato della forza

Fabio Armao, docente universitario e specialista della materia: "La privatizzazione della violenza ha conseguenze terribili non solo per il sud del mondo, ma anche per lo stesso Occidente. Si delegittima lo stato, lasciando campo aperto a consigli di amministrazione che controllano eserciti, aziende di armamenti e banche finanziatrici"

di Gianni Ballarini

 

In Africa sono una presenza costante. L’ultimo teatro di una loro azione, rilanciata da allarmi mediatici, è l’Rd Congo pronta al voto. Ma, in silenzio, stanno operando in oltre 40 zone di guerra. E sbaglia chi le immagina come semplici versioni moderne di Giovanni dalle Bande Nere, mercenario ante litteram.
 
Perché le Compagnie private militari (Pmc, nell’acronimo inglese) sono identiche per dimensioni e funzionamento alle grandi corporation tradizionali. Solo che, invece di operare nella sanità o nel cibo in scatola, controllano il mercato della guerra. Protagoniste di un boom che «garantisce alle più importanti Pmc di essere nella classifica delle 500 compagnie più potenti e ricche del mondo» (La nuova guerra mondiale di Antonio e Gianni Cipriani, Sperling e Kupfer Editori, 2005), con un giro d’affari di miliardi di dollari. E se «il mondo non è ancora pronto a privatizzare la pace» (Kofi Annan, segretario generale dell’Onu), si è, nel frattempo, attrezzato per privatizzare la guerra.
 
È imperante la visione manageriale dei conflitti, con un corollario per nulla trascurabile: con la privatizzazione della violenza, è reale il rischio che le decisioni politiche importanti possano essere prese solo per rafforzare un business o per far crescere il fatturato delle compagnie private. Fabio Mini, generale che ha ormai deposto le armi, così descrive le Pmc: «Eserciti ombra reticolari, con gerarchie indipendenti fuori di ogni controllo e asserviti a logiche in parte d’affari, ma unificati dallo sfruttamento dell’instabilità».
 
La fine del monopolio statale nell’uso legittimo della violenza porta, tuttavia, a conseguenze disastrose e poco dibattute. Anche in Italia, dove il mercato degli appaltatori privati della forza sta prendendo piede. «Si sta svuotando lo stato. Lo si sta delegittimando». Giudizio di Fabio Armao, docente di Relazioni internazionali alla facoltà di Scienze Politiche di Torino, tra i pochi studiosi del nostro paese il cui lavoro, su questi temi, ha ricevuto un riconoscimento internazionale.
 
Sono, comunque, i governi occidentali che vanno alla ricerca delle compagnie militari private, ottimo strumento per abbattere i costi…
 
Certo. C’è un risparmio apparente di bilancio, visto che gli appalti della violenza non rientrano solo nella voce difesa, ma vengono spalmati anche su altri capitoli di spesa. Il mercenario è utile perché, apparentemente, non ha famiglia e per la sua morte non si mobilita il corteo del pianto che turba così tanto l’opinione pubblica occidentale e fa scendere nei sondaggi i leader politici. Ma impiegare mercenari è vantaggioso anche perché permette di appaltare a loro i lavori più sporchi. Tanto non hanno un volto e un nome e, per di più, non sono neppure perseguibili penalmente. Non esiste una normativa internazionale e nazionale che copra questa fattispecie di reato.
 
Ma da noi è illegale il “mercenariato”.
 
La legislazione colpisce il mercenario in quanto individuo, non le corporation private. Da noi è vietato prestare servizio armato per un paese straniero e per soldi. Però, l’esistenza di una holding privata permette di bypassare questo ostacolo. Il mercenario di oggi non è al servizio di un paese, ma di un’azienda.
 
Quali sono le conseguenze negative per quel paese che consegna la forza fisica ai privati?
 
Molte. Innanzitutto, rischia di vedersi espropriato della sua politica estera. A me viene in mente il caso storico della Compagnia delle Indie Britanniche, che rappresenta un po’ il precedente di queste nuove forme di privatizzazione della forza. La Compagnia fu sciolta d’autorità dal governo proprio perché faceva una sua politica estera, in contraddizione con quella della madre patria. Oggi può accadere la stessa cosa. Chi controlla queste corporation? Possono agire per fini e interessi propri, senza che nessuno le blocchi. Non solo. Il governo perde anche il controllo delle operazioni sul campo. Non esiste, infatti, comunicazione tra la leadership militare pubblica e quella privata. Anzi, spesso c’è astio tra le due. Per cui, sono frequenti i casi di frizione tra i due eserciti, perfino casi di fuoco amico. Con, all’orizzonte, un altro aspetto allarmante.
 
Quale?
 
Ci sono problemi nel mantenere in servizio i soldati dei reparti maggiormente qualificati. Appena un militare si è formato professionalmente, infatti, scappa nel privato, che paga 5-10 volte più del governo. Per la prima volta corpi d’élite, come la Sas britannica, cominciano ad avere problemi nel mantenere in servizio un numero di soldati sufficiente per le proprie esigenze.
 
Il governo italiano ha ribadito la volontà di ritirare le sue truppe da scenari di conflitto. E c’è già chi propone di affidare la protezione dei civili delle ong operanti sul posto alle compagnie militari.
 
Sarebbe una scelta assolutamente infelice. Come infelice è la proposta del segretario dell’Onu, Kofi Annan, di usare le Pmc per azioni di peacekeeping. Sono operazioni che sottraggono risorse di legittimità allo stato e alle istituzioni internazionali. Lo stato ha impiegato quattro secoli a sviluppare nel cittadino l’idea di appartenenza e di fedeltà allo stato-nazione. La costruzione della sovranità è stato un lavoro culturale e simbolico complesso. E ora si vorrebbe svendere tutto questo processo, subappaltando a operatori privati una risorsa tanto delicata come la violenza. Si liquida questo patrimonio di legittimità. Senza trascurare un altro elemento.
 
Ovvero?
 
Gli attori privati della violenza, agendo in una logica di mercato, hanno tutto l’interesse ad alimentare quell’insicurezza che determina la domanda di protezione. Sono loro stessi che rafforzano il mercato in cui operano.
 
Perché in Italia il mercato delle Pmc non è, apparentemente, esploso?
 
In realtà, c’è. Forse è più sommerso rispetto a quello di altri paesi. Comunque, non si è sviluppato come avrebbe potuto perché abbiamo una politica estera più limitata. Da noi, invece, è esploso il fenomeno della sicurezza interna, cresciuta negli anni del terrorismo e degli espropri proletari alle banche. Ancora oggi, se lei va al consolato americano di Milano, vedrà che la protezione interna è garantita dalla Mondialpol, un’azienda di sicurezza italiana. O pensi allo scandalo, esploso di recente, delle società di sicurezza legate a Telecom, che gestivano milioni di dati personali di ignari cittadini.
 
A determinare il boom del mercato mondiale delle Pmc è stata la debolezza della politica o la forza delle leggi economiche?
 
La colpa è sicuramente dell’arretramento della politica, che ha lasciato il mercato libero di esprimersi. Con il crollo del muro di Berlino nell’89, il mercato ritiene di autoregolamentarsi anche nell’uso della violenza. E gli stati non fanno nulla per limitarlo. La politica, abdicando, rende possibile oggi una situazione davvero pericolosa.
 
Quale?
 
Un semplice consiglio d’amministrazione, composto da 10-20 persone, potrebbe avere il controllo della produzione degli armamenti, il controllo degli eserciti necessari per il loro utilizzo, e avere i soldi per finanziare queste operazioni. Oggi un cda, che ha una serie di partecipazioni incrociate, potrebbe tranquillamente controllare un’azienda che produce carri armati, un’azienda che fornisce mercenari e avere partecipazioni in quel sistema finanziario che consente di pagare le guerre. Quel cda realizzerebbe facilmente ciò che finora è stato quasi impossibile da concretizzare perfino per uno stato totalitario.

 

Pubblicato su Nigrizia nel numero di Luglio/Agosto del 2006