Il caso / Come aggirare la legge 185/90

Generali Spa

Molti alti militari in grado sono assunti nelle società di Finmeccanica. Una pericolosa commistione di ruoli e interessi tra il principale gruppo "armiero" e il suo principale azionista e cliente, lo Stato italiano.

di Luciano Bertozzi

Giovanni Castellaneta è il nuovo ambasciatore italiano negli Stati Uniti. Neppure il tempo di insediarsi e subito è stato ricevuto alla Casa Bianca da George Bush. Ma Castellaneta è anche nel consiglio di amministrazione di Finmeccanica, sebbene privo di diritto di voto. L’ex consigliere diplomatico del presidente del consiglio Berlusconi, infatti, ha ricoperto, fino all’estate scorsa, l’incarico di vicepresidente di Finmeccanica, l’holdig armiera controllata dal ministero dell’economia e tra i colossi in Europa, con i suoi 10 miliardi di euro di fatturato nel 2004.

 

Nomina formale, anche se, di fatto, già in precedenza il diplomatico si era interessato al settore. Basta leggere le dichiarazioni al Sole 24Ore del presidente di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini: «Quando Castellaneta andava in giro con Berlusconi, gli chiedevo, di volta in volta, di seguire le nostre vicende». Un incarico in linea con le promesse del presidente del consiglio, che in quel periodo si definiva “commesso viaggiatore” dell’industria della difesa.

 

Un settore che ne ha tratto enormi benefici: le vendite di armi “made in Italy” sono cresciute anno dopo anno, (+ 72% nel 2004 rispetto al 2001). E ciò è successo sebbene la legge 185 del 1990, che disciplina il commercio delle armi italiane, vieti ai funzionari preposti all’attuazione della normativa di assumere incarichi ai vertici delle società della difesa nei tre anni successivi alla fuoriuscita dall’amministrazione pubblica, per evitare una pericolosa commistione di interessi.

 

Vincoli disattesi, con l’approvazione governativa. È sufficiente leggere i curricula dei componenti il consiglio di amministrazione di Finmeccanica. Vi si trova, ad esempio, l’ammiraglio Guido Venturoni, che in 50 anni di divisa ha salito tutti i gradini della carriera militare: da capo di stato maggiore della marina a capo di stato maggiore della difesa, fino a occupare la sedia, dal 1999 al 2002, di presidente del Comitato militare della Nato, a Bruxelles. Incarico abbandonato dopo la sua nomina a presidente di un’industria leader del settore, la Selenia Communications (ex Marconi Selenia Communications).

 

Il legislatore voleva evitare questo intreccio pericoloso. Pericolo denunciato, negli anni ’50, perfino dal presidente statunitense Eisenhower per  possibili condizionamenti del complesso militare-industriale nei confronti della società. Una sensibilità diffusa anche in Italia e patrimonio non solo dei soliti inguaribili pacifisti. Pure Il Sole 24Ore, quotidiano della Confindustria, ha sottolineato come la consuetudine del passaggio di alti ufficiali ai vertici delle industrie del settore «aveva mostrato in passato una tendenza alla rarefazione, ma negli ultimi due anni si è intensificata».

 

Ecco alcuni degli esempi citati: l’ammiraglio Marcello De Donno, fino all’inizio del 2004 capo di stato maggiore della Marina, nominato presidente dell’Agusta, azienda elicotteristica leader a livello mondiale; l’ammiraglio Umberto Guarnieri, ex capo di stato maggiore della Marina, divenuto nel 2003 presidente della società Orizzonte sistemi navali, che progetta e commercializza navi militari; l’ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica, il generale Mario Arpino, nominato presidente della Vitrociset, impegnata nel settore logistico; il generale Sandro Ferracuti, fino al 4 agosto 2005 capo di stato maggiore dell’Aeronautica, è stato nominato presidente di Ams, società di Finmeccanica che produce radar e apparati elettronici militari.

 

È in atto, quindi, una vera e propria violazione di legge; quantomeno un aggiramento dello spirito della 185. E questo accade nel silenzio assordante di quasi tutte le forze politiche.

 

Pubblicato su Nigrizia nel numero di Dicembre del 2005.