Africarmata, barometro dei conflitti

Supermarket Europa

Gli studi di settore registrano un calo delle guerre nel continente negli ultimi anni. Ma restano tante le zone ad alto rischio, dove basta poco per infiammare gli scontri. E in Africa continua l’afflusso massiccio di armi, grazie al Vecchio Continente. Il ruolo dell’Italia.

di Gianni Ballarini

Le istituzioni internazionali, all'improvviso, si stanno svegliando dall'incubo delle aspettative catastrofiste nei confronti dell'Africa. Un recente studio della società di consulenza McKinsey, ad esempio, ci ricorda che solo il 24% della crescita del prodotto interno lordo realizzato dal continente tra il 2000 e il 2008 è dovuto al boom delle commodity e delle materie prime. Il resto è merito della fine di molte delle guerre che hanno insanguinato le sue terre.

 

Diverse ricerche stanno lì a testimoniare come il numero e il costo dei conflitti africani siano diminuiti nel corso degli ultimi dieci anni. E che gli arsenali sarebbero un po' più vuoti.

 

Ciò vuol dire che il mercato delle armi, che ha prosperato in terra africana, ha abdicato al suo credo del "finché c'è guerra, c'è speranza"? L'Africa non è più il continente degli orrori?

 

Se dipendesse dall'informazione televisiva italiana, ci sarebbe da crederci. Secondo l'annuale rapporto di Medici senza frontiere dedicato alle crisi dimenticate, le notizie relative a eventi o situazioni di crisi nei telegiornali monitorati dal 1° gennaio al 31 dicembre 2009 hanno rappresentato il 6% del numero complessivo delle notizie che hanno riempito le agende dei principali Tg di Rai e Mediaset.

 

Se n'è dato conto in porzioni così lillipuziane, perché non esistono conflitti da raccontare? Ovviamente no. E quindi, per non inciampare in verità di latta, forse è ancora prematuro affermare che l'Africa sia a una svolta. Che abbia girato l'angolo, abbracciando una politica gandhiana. Prendiamo due giorni a caso: il 14 e il 15 ottobre scorsi. Le agenzie internazionali c'informano che in Sudan, in vista del referendum secessionista del sud, previsto per il 9 gennaio 2011 (se non sarà spostato), la situazione è altamente instabile. Dopo la dichiarazione del presidente Omar Hassan El-Bashir («Khartoum non accetterà un'alternativa all'unità»), gli stessi giornali sud-sudanesi confessano che Juba non resterà a guardare e che carichi di armi sono giunti nella capitale del sud per armare le milizie del Movimento di liberazione del popolo sudanese, in guerra per oltre 20 anni contro il nord.

 

Il giorno successivo, il 15, l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati esprime «forti preoccupazioni per i nuovi movimenti forzati di popolazione, causati dai continui attacchi da parte dell'Esercito di resistenza del Signore (Lra, nell'acronimo inglese)», le milizie di Joseph Kony. In quei giorni, l'Lra ha effettuato una decina di agguati tra la Repubblica Centrafricana e l'est dell'Rd Congo. C'è una cruda e terribile contabilità delle catastrofiche incursioni di questi guerriglieri ugandesi in Rd Congo, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana dall'inizio dell'anno: oltre 240 attacchi, con almeno 344 persone uccise.

  

In bilico

Ed è solo la cronaca spicciola di due giorni presi a caso. Che tace il disastro quotidiano che si respira, ad esempio, nelle vie di Mogadiscio, in Somalia. O le tensioni in Nigeria. O nel Sahel "qaidista". Cronache che ci risparmiano il fatto che in due anni ci sono stati colpi di stato in Mauritania (agosto 2008), Guinea (dicembre 2008), Madagascar (marzo 2009), Niger (febbraio 2009) e Guinea-Bissau (marzo 2009).

 

Difficili da archiviare, dunque, come parole impregnate di ragnatele quelle dello storico Giampaolo Calchi Novati, per il quale «è attraverso la guerra o forme di violenza a intensità variabile, come i colpi di stato, che si decide in Africa la successione al vertice dello stato fra partiti concorrenti, fra civili e militari, o fra i diversi aspiranti all'interno di uno stesso gruppo dirigente o di uno stesso clan».

 

Come mettere assieme, allora, le analisi ottimistiche degli istituti internazionali con la più stretta attualità africana? Lotta Mayer, membro del consiglio dell'Istituto per la ricerca internazionale sui conflitti presso l'università tedesca di Heidelberg (Hiik), lo spiega ricordando come l'Africa faccia parte di «quelle aree del mondo dove i conflitti possono riaccendersi da un momento all'altro». L'Africa, quindi, in perenne bilico tra il burrone e la festa.

 

Ogni anno, dal 1991 ad oggi, l'Hiik pubblica il Barometro dei conflitti, una tra le più approfondite analisi sui fermenti che terremotano il globo. Conflitti, in questo caso, classificati in base al loro livello d'intensità in cinque gradi di escalation: conflitti latenti, conflitti manifesti, crisi, crisi gravi, guerre.

  

I conflitti in atto

L'ultimo Barometro, il diciottesimo, segnala complessivamente 365 conflitti nel 2009 (353 nel 2008), 31 dei quali (39 nel 2008) condotti con l'impiego massiccio di violenza (7 guerre e 24 crisi gravi); 108 i casi di conflitti latenti; 114 i conflitti manifesti.

 

Degli 85 conflitti africani, 30 sono stati classificati come crisi e 9 come altamente violenti: Ciad (conflitti tra vari gruppi ribelli), Rd Congo (scontri nella regione dell'est), Etiopia (scontri nell'Ogaden), Nigeria (scontri nel nord tra la setta islamica Boko Haram e il governo), Nigeria (scontri nel Delta del Niger con il Mend); Sudan (Darfur); Sudan (scontri etnici nel sud); Uganda (le violenze dell'Lra); Somalia (guerra in atto tra gruppi islamisti). La guerra in Somalia resta quella a più alta intensità. Nel 2009, le guerre in Ciad e Sudan si sono trasformate in crisi gravi.

 

Dei 16 nuovi conflitti scoppiati nel mondo nel 2009, ben 8 sono avvenuti in Africa subsahariana: tre legati alla successione alla presidenza (Gabon, Niger, Madagascar) e due riferiti alle azioni di al-Qaida nel Magreb islamico in Mali e Niger; ci sono poi le tensioni tra Angola ed Rd Congo per i possedimenti petroliferi marittimi, e i nuovi conflitti tra gruppi etnici in Rd Congo e tra rivali islamisti in Somalia (Al Shabaab e Hizbul Islam).

 

Le risorse restano il motivo più frequente di scontri nella regione subsahariana (33 casi). Causa che spesso si combina con il secondo motivo più frequente, il controllo del potere nazionale (26 casi), e poi con il predominio regionale (22 casi). Le due aree maggiormente in pericolo sono quella che va dalla Nigeria al Ciad, al Sudan e al Corno d'Africa, e la regione dei Grandi Laghi - con Rd Congo, Uganda e Repubblica Centrafricana - che subisce le azioni dei gruppi ribelli transfrontalieri.

 

Insieme all'Asia, l'Africa subsahariana resta la zona a più alto rischio. Secondo lo studio dell'Hiik, infatti, è in quella fetta di mappamondo dove le conseguenze del cambiamento climatico, shakerate con uno sfruttamento scriteriato delle risorse e con un imponente incremento demografico, potrebbero suscitare quel malcontento sociale in grado di sfociare in nuovi conflitti, persino tra stati.

 

La benzina occidentale

Molta della benzina che alimenta la macchina da guerra africana è fornita, ancora una volta, dalla cara vecchia Europa. Lo si apprende dalle statistiche fornite al Congresso degli Stati Uniti dal rapporto Conventional Arms Transfers to Developping Nations (2002-2009), l'annuale studio che riporta i dati ufficiali e non secretati sul commercio internazionale di armamenti convenzionali, con un'attenzione particolare riservata ai trasferimenti nei paesi in via di sviluppo (Pvs). Nonostante la crisi internazionale abbia abbassato gli ordinativi (nel 2009 il commercio mondiale di armi si è posizionato su 57,5 miliardi di dollari contro i 62,8 del 2008), «i Pvs restano il principale destinatario delle esportazioni di armamenti da parte dei paesi produttori». I contratti stipulati nel 2009 dalle nazioni in via di sviluppo hanno superato i 45,1 miliardi di dollari, il 78,4% dell'ammontare complessivo.

 

E se si rivolge l'attenzione all'Africa, si scopre che, nel quadriennio 2006-2009, quasi la metà (47,64%) dei materiali militari consegnati nel continente portano la firma di tre tra i principali paesi europei: Inghilterra, Germania e Italia.

  

Le performance italiane

Le sorprese maggiori le riserva proprio l'Italia. Innanzitutto, si attesta tra i 5 maggiori fornitori internazionali di armamenti convenzionali (2,7 miliardi di dollari nel 2009). Ma ciò che lascia più perplessi è che quasi il 90% di quella somma arriva da contratti stipulati con paesi in via di sviluppo: 2,4 miliardi di dollari. Una cifra mai raggiunta negli ultimi 8 anni presi in esame dal rapporto americano.

 

Se si spulciano le tabelle, si scoprono altre amare verità. Ad esempio, nel quadriennio 2006-2009 è italiano il 9,68% dell'ammontare complessivo dei contratti stipulati con l'Africa. Meglio di noi ha fatto solo la Cina (29,04%). Sorprendente la performance nel capitolo "consegne": nei 4 anni considerati, le ditte italiane hanno recapitato ai paesi africani il 55,56% del proprio materiale militare (circa 500 milioni di dollari).

 

Dati non isolati. Le pagine delle relazioni annuali sull'export armiero, che la presidenza del consiglio dei ministri deve presentare al parlamento in base alla legge 185 del 1990, confermano come una quota crescente di esportazioni di armamenti sia destinata ai paesi del sud del mondo. Tra il 1992 e il 2009 le consegne hanno sfiorato i 7,3 miliardi di euro (40,7% del totale), mentre le autorizzazioni all'esportazione hanno superato i 16,6 miliardi di euro (49,1%).

 

Il trend è ancora più brillante se si osservano le esportazioni italiane di armi di piccolo calibro. Dal documentato Armi leggere, guerre pesanti - Rapporto 2010 dell'Archivio Disarmo emerge un forte incremento nelle vendite. L'Italia ha esportato armi comuni da sparo, munizioni ed esplosivi per oltre 460 milioni di euro nel 2007 e per oltre 465 milioni nel 2008, con un incremento del 12% rispetto al biennio precedente, toccando così i valori più alti dal 1996. Un giro d'affari che colloca il nostro paese al secondo posto nel mondo, dopo gli Usa.

 

Un mercato, quello delle armi leggere, caratterizzato dalla scarsa trasparenza. Spesso si commercia con paesi sotto embargo, come nel caso dell'Rd Congo, segnalato nel rapporto dell'Archivio Disarmo. E sappiamo come esista in Africa una correlazione sempre più stretta tra l'attuale numero di conflitti interni e la proliferazione di armi leggere.

 

Che il sistema italiano di settore non viva stagioni di particolare sofferenza lo testimonia anche l'ultima relazione dell'Aiad, la Federazione aziende italiane per l'aerospazio, la difesa e la sicurezza. La Confindustria armiera scrive che, nonostante la crisi, «fino all'inizio del 2010 sembra prevalere un andamento di stabilità e anche di crescita degli investimenti per la difesa e la sicurezza». L'industria italiana si posiziona come quarto player in Europa, con ricavi saliti a 13 miliardi di euro, di cui oltre il 60% per la sicurezza e la difesa, e con un export in crescita nel 2009.

 

Come dire: l'Italia di successo è in prima fila nel soddisfare i bisogni di chi ha fame... di armi.

 

Pubblicato su Nigrizia nel numero di Novembre del 2010