Italarmi / Dibattito sui tagli alla difesa

Spese disarmanti

Si è aperta una discussione pubblica sui costi per l’acquisto dei caccia F-35. Ma non basta. Nessuno mette in discussione il modello militare. La nostra politica estera è “armata”. Da 21 anni siamo in un conflitto perenne, e neppure ce ne accorgiamo. Ci sono programmi militari ancora più costosi dei Jsf, come il programma Nec (22 miliardi). E nessuno li contesta.

di Gianni Ballarini

Alla fine si è rotto il silenzio. La crisi economica e la recessione hanno abbattuto il muro dell'omertà eretto in Italia sulle spese militari (23 miliardi di euro, circa). Sembrava un tabù su cui non dibattere pubblicamente. Le polemiche scatenate dai costi (almeno 15 miliardi di euro) per l'acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 Joint Strike Fighter (Jsf ) (vedi box) hanno alimentato discussioni sui giornali, in Tv e in Rete. Con un'alzata di scudi dei guerrafondai, quelli che credono che «più cannoni porteranno più burro». Il generale Leonardo Tricarico, già capo di stato maggiore dell'Aeronautica militare, si è scagliato contro «il dilagare di tesi fondate su superficialità e pregiudizi. La critica all'F-35 sembra mirata a recidere definitivamente gli artigli alle nostre forze armate, rendendole di fatto disarmate ». Michele Nones, gran consigliere dalle "stellette" e tra le menti dell'Istituto affari internazionali (Iai), ha scritto sul Corriere della Sera: «Bisogna prevenire la guerra ideologica». Davide Giacalone, sul Tempo, mette «all'indice il paradigma culturale dei pacifismi insulsi e multicolori». Lo stesso ministro della difesa, l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, prima di confidare all'Unità che «stiamo rivedendo tutti gli aspetti dello strumento militare e, dunque, anche i programmi e i mezzi e i piani d'investimento», nel pieno delle polemiche dichiarava: «Non capisco e non condivido questa caccia all'untore».

 

Tra gli untori è finito pure lui. Il generale Fabio Mini l'ha indicato come «il promotore e realizzatore di tutte le scelte politiche riguardanti la struttura delle forze armate e le spese per gli armamenti degli ultimi 20 anni». Che fossero scelte «di comodo e clientelari - continua Mini - è apparso evidente quando nessuna delle operazioni militari iniziate 20 anni fa (...) ha mai richiesto una sola delle portaerei, un solo cacciabombardiere, uno solo dei carri armati che, nel frattempo, ci succhiavano risorse». L'ammiraglio Di Paola, in effetti, è stato il direttore nazionale degli armamenti: la firma sui contratti più grossi degli ultimi anni è la sua.

 

Ma le sue ultime aperture e concessioni (gira l'ipotesi di una riduzione dei caccia da acquistare da 131 a 100) hanno un po' raffreddato gli umori. Anche i parlamentari del centrosinistra, tra i più critici dell'operazione F-35, paiono accontentarsi di qualche taglio. Di qualche ramo segato. Come se aprire un dossier sulle spese militari implicasse solo una visione ragionieristica. E non strategica. Perché per tutti (a destra e a sinistra) ridurre le spese militari non significa minare uno dei pilastri della politica italiana, la difesa appunto. Ma, piuttosto, orientare, selezionare gli investimenti in funzione del ruolo che s'intende avere sullo scenario internazionale.

 

Ma qual è questo ruolo? Quale il modello politico-economico-militare di cui anche l'F-35 è un prodotto? Quali gli scenari che obbligano ad avere 178mila uomini e donne militari, 2 portaerei e decine di fregate, 131 cacciabombardieri, 121 aerei di difesa, centinaia di elicotteri e di blindati?

 

Ce lo dice Tricarico: «Garantire la sicurezza del territorio e degli interessi nazionali nei delicati contesti in cui viviamo ». Che siano in Libia, Libano, Afghanistan o Somalia, poco importa. Il conflitto come operazione di pulizia globale. Detta in soldoni, è la teorizzazione dell'aggressione perenne. «Una difesa non all'altezza significa perdere la possibilità di condurre una politica estera attiva, oltre che lo status internazionale del nostro paese» (Nones). L'unico stigma per qualificarci, quindi, è il cannone o lo sganciare tonnellate di bombe. Come è successo in Libia: «Le operazioni condotte nel 2011 sui cieli libici hanno rappresentato per l'aeronautica militare italiana l'impegno più imponente dopo il secondo conflitto mondiale», ha ricordato entusiasticamente Giuseppe Bernardis, capo di stato maggiore delle forze aeree. Secondo i primi dati ufficiali, sarebbero stati sganciati 710 tra missili teleguidati e bombe, in oltre 1.900 missioni. E questa abitudine a vedere il nostro paese (dal 1991 in poi) coinvolto in operazioni militari iscrive la guerra nell'orizzonte ordinario della vita. La banalizza. Non ci assale neppure il sospetto che quelle bombe sganciate possano aver colpito indifferentemente militari e civili. Da più di 20 anni l'Italia è una vera piattaforma di guerra. E neppure più ci scandalizziamo. Abbiamo metabolizzato la necessità delle operazioni militari oltre confine.

 

Per questo, pochi ci hanno fatto caso. Nessuno l'ha contestato: l'ammiraglio Di Paola, a fine anno, ha blindato le missioni all'estero con uno stanziamento di 1,4 miliardi di euro per il 2012. Uno stanziamento annuale, sovvertendo la consuetudine degli stanziamenti semestrali, mettendo a riparo quella somma da eventuali crisi dell'esecutivo. «Conti alla mano, più di quanto possiamo permetterci, ma esattamente quello che vogliono da noi Nato e America», il commento sul Foglio di Gianandrea Gaiani, esperto di cose militari. Per questo, gli analisti dello Iai, in un corposo lavoro intitolato La trasformazione delle Forze armate: il programma Forza Nec, scrivono che oggi «essere protagonisti in politica estera comporta la capacità di farsi carico di parte almeno dei problemi della sicurezza internazionale e collettiva ricorrendo, se del caso, alle proprie capacità militari. Se queste capacità non esistono o non sono adeguate agli standard definiti dai paesi leader non si può certo ambire a un ruolo guida». Scomparsa l'idea strategica di pacificazione attraverso diplomazia e soft power. Contiamo come paese, quindi, solo se siamo dei Rambo ipertecnologici.

 

Il programma Nec prevede la digitalizzazione della componente terrestre dell'esercito. L'intero costo del progetto è stimato, secondo lo studio Iai, in 22 miliardi di euro in 25 anni (2007-2031). Più del programma F-35. Ed è solo uno dei 71 programmi di ammodernamento e riconfigurazione dei sistemi d'arma - secondo Massimo Paolicelli della Rete italiana per il disarmo - che ipotecano la nostra spesa bellica per i prossimi anni.

 

Chi si accontenta del ripensamento sul numero di caccia acquistabili, non ha capito che gli arsenali continuano a restare pieni.

 

Pubblicato su Nigrizia nel numero di Febbraio del 2012