Il dossier di Nigrizia di gennaio 2008

Dossier: Realpacifik

Un azzardo. Venti pagine di dossier per intuire, grattando grattando, cosa sta sotto la vernice multicolore dell’arcobaleno. Se la pace è di bandiera. O se c’è sostanza. Soprattutto, per capire come s’impiega il tempo in 364 giorni l’anno, dopo averne trascorso uno a marciare e a cantare, annunciando di voler edificare la nuova Gerusalemme della pace. Buttandola in filosofia, ci piaceva dare una sbirciata nella distanza che esiste tra l’etica

di Gianni Ballarini, Raffaello Zordan
Un azzardo. Venti pagine di dossier per intuire, grattando grattando, cosa sta sotto la vernice multicolore dell’arcobaleno. Se la pace è di bandiera. O se c’è sostanza. Soprattutto, per capire come s’impiega il tempo in 364 giorni l’anno, dopo averne trascorso uno a marciare e a cantare, annunciando di voler edificare la nuova Gerusalemme della pace.

Buttandola in filosofia, ci piaceva dare una sbirciata nella distanza che esiste tra l’etica delle intenzioni o delle convinzioni e l’etica della responsabilità e delle risposte. Tra il radicalismo del linguaggio e le scelte concrete di ogni giorno. Nel proprio lavoro, nella propria città, nella propria associazione, nella propria parrocchia. Ci piaceva l’idea di indagare se i “pacifisti” (tra cui noi), bravi nel declamare posizioni di principio, nella realtà vengano poi a patti con la situazione. Con i compromessi. Se abbraccino, insomma, quella realpacifik (storpiata dalla ben più nota realpolitik), che prevede una gestione diplomatica e pragmatica della pace. La politica dei piccoli passi. O se, invece, la pace ciascuno di loro la sta costruendo «con stili di vita, rigore, coerenza, senza clamori e protagonismi», come auspica don Luigi Ciotti nella lettera al Manifesto alla vigilia dell’ultima Perugia-Assisi.

Un viaggio, il nostro, parziale e tortuoso, che ha attraversato tre mondi: quello dei movimenti “istituzionali”, quello delle amministrazioni locali “pacifiste” e quello delle parrocchie. Tre mondi complessi e carichi di contraddizioni. Senza voler essere, da parte nostra, i giudici dei comportamenti e degli atti di nessuno. Ma cercando di evitare il barocchismo dei soliti dibattiti, che finiscono, spesso, per trasformarsi in un noioso e inutile parlarsi addosso.
E prendendo, altresì, atto che la politica – vedi l’ultima Finanziaria – viaggia su binari diversi rispetto agli slogan del mondo arcobaleno. Volevamo misurare questa distanza. E la distanza tra la parola e la fatica quotidiana, consapevoli che dobbiamo fare i conti con la doppia coscienza: quella del pulpito, che detta le regole, e quella del confessionale, che ammette le deroghe e gli errori.

I parametri “pacifisti” da utilizzare allo scopo potevano essere infiniti: dalle azioni educative alle politiche di cooperazione, dalle pratiche dell’accoglienza alle battaglie per l’acqua-bene-comune, dall’impegno per la smilitarizzazione del territorio a un’informazione sempre più bonificata da logiche guerriere.
Nigrizia ne ha scelto, arbitrariamente, due. Il primo, abbiamo chiesto che fosse la singola associazione a indicarlo. Il secondo – forse quello che ci è più caro –, la qualità e la profondità dell’adesione alla campagna “Banche armate”. Un criterio semplice (farsi gestire i soldi da chi non appoggia il mercato delle armi), ma che tocca il portafoglio e il benessere di ciascuno. Un piccolo gesto. Quotidiano. Eppure, non ancora diffuso come dovrebbe.
Perché disertare da certi principi è ancora possibile. Ma dal proprio conto corrente, ancora no.
Tutti gli articoli del Dossier:
Arcobaleno ininfluente - Se la politica guarda altrove
Le diserzioni bancarie
La bandiera di ogni giorno - Il movimento si guarda dentro
Scelte poco armate - Enti locali: un passo avanti e due indietro
Mutuo nel mirino - L'eperienza innovativa di Faenza
Fede, speranza e...conti correnti - Parrocchie disarmate, una ristretta minoranza
Pubblicato su Nigrizia nel numero di Gennaio del 2008