Export armiero 2009: Dati sull’industria della difesa italiana

Allarmi

Boom delle esportazioni autorizzate: oltre il 61% rispetto al 2008, per un volume di quasi 5 miliardi di euro. In Africa crescita esponenziale dei rapporti commerciali con il Maghreb. Per le banche, attenzione ai “fondi armati”.

di Gianni Ballarini

Non c'è mai pace nei loro conti. Sono sempre in turbinosa crescita. Esplodono. Le aziende legate al mercato della difesa conoscono un'imperitura primavera. L'arma tira, in Italia. Come sempre. E fa uno sberleffo alle curve discendenti degli altri comparti economici. Nel 2009 sono crollate del 20,4% le esportazioni complessive italiane? Al contrario, gli ordini in arrivo dall'estero per le imprese produttrici di armi sono cresciuti del 61%. Nel 2000 le autorizzazioni alle esportazioni di armamenti a uso militare erano ferme a poco più di un miliardo di euro. Nel 2009 hanno sfiorato i 5 miliardi. Si sono quasi quintuplicate. Le autorizzazioni rilasciate dai vari governi dal 1991 - anno successivo all'entrata in vigore della legge 1985 che ha riformato il settore - al 2009 superano nel loro insieme i 34 miliardi di euro.

 

Tutto a beneficio dell'industria italiana della difesa, che sta consolidando e incrementando la sua presenza sul mercato globale, al riparo da tutte le crisi economiche. Attualmente si colloca al settimo posto nel mondo tra i produttori di sistemi d'arma complessivi; quarta in Europa. Finmeccanica, principale holding armiera italiana, ha un fatturato che supera i 13 miliardi di euro, 7 dei quali in materiali di difesa, ed è all'ottavo posto tra i grandi gruppi mondiali. Il settore dell'aerospazio e difesa conta circa 64mila addetti in Italia e circa 22mila all'estero, stando, almeno, ai dati forniti dalla Federazione aziende italiane per l'aerospazio, la difesa e la sicurezza (Aiad).

 

Sommerso da questi numeri da apoteosi c'è uno studio condotto dall'équipe del professor Maurizio Dallocchio, della Bocconi di Milano, e commissionato dalla Fondazione Veronesi, che ha valutato i possibili effetti economici di una eventuale riduzione delle spese militari e della produzione di armi in alcuni paesi dell'Unione europea. In particolare, ha cercato di valutare il possibile impatto di una riduzione del 5% dei bilanci militari sia sull'occupazione, sia sulle entrate fiscali e sugli investimenti in ricerca e sviluppo dei maggiori produttori europei di armamenti. I risultati sono chiari, nonostante siano taciuti: a fronte di una riduzione della spesa militare di circa 4 miliardi di euro, si avrebbe una riduzione del prodotto lordo europeo dello 0,027%. Insignificante. In Italia ci sarebbero ricadute infinitesimali nel settore della ricerca e dello sviluppo e, per quanto riguarda i posti di lavoro, è stato calcolato che se ne perderebbero poco più di 330, ampiamente riassorbibili da processi di riconversione industriale e di investimento in settori economici civili.

 

Ci sarebbe lo spazio, dunque, anche per avventurarci nell'impervia strada del disarmo progressivo. Ma queste analisi economiche, che offrirebbero un'alternativa al pensiero unico e dominante di un'industria militare destinata solo a impennate di investimenti e profitti, sono considerate di serie b. Nel gran bazar delle armi non può passare l'idea di disinvestire.

 

E l'ultimo Rapporto del presidente del consiglio sulle esportazioni militari italiane rappresenta una fotografia fedele della situazione attuale. Se il volume delle esportazioni autorizzate nel 2009 è salito a 4,9 miliardi di euro (cui vanno aggiunti circa 1,8 miliardi di euro per i programmi intergovernativi), l'export effettivo è passato da 1 miliardo e 772 milioni di euro del 2008 ai 2 miliardi e 205 milioni del 2009. Il forte aumento delle autorizzazioni non è legato tanto alla crescita del loro numero totale (2.181 contro 1.880 del 2008), quanto all'aumento di quelle più significative (sopra i 50 milioni di euro), passate da 8 a 22 e che da sole coprono quasi il 60% delle autorizzazioni concesse. Il 53% delle autorizzazioni alle esportazioni definitive è diretto verso paesi non appartenenti alla Nato o all'Unione europea, a causa di una commessa da oltre un miliardo per l'Arabia Saudita.

 

L'Africa non rappresenta la fetta principale del business armiero italiano. Ma la crescita, soprattutto nei paesi del Maghreb, è davvero imponente negli ultimi anni. Si va da un giro d'affari di poco più di 22 milioni di euro nel 2006 ai 300 attuali (vedi tabella). E la nostra industria rifornisce paesi ad alto rischio di conflitto, come la Libia e l'Algeria (alla quale è stato venduto anche del materiale inquietante, come "agenti tossici, chimici, biologici e gas lacrimogeni") al Nord, e la Nigeria nell'area subsahariana.

 

Un capitolo a sé stante merita l'attività degli istituti di credito in relazione alle transazioni bancarie in materia di esportazione-importazione e transito di materiali di armamento. Per il secondo anno consecutivo non è stata pubblicata la tabella (né parziale, né completa) che riporta le indicazioni delle singole operazioni autorizzate dal ministero dell'economia e delle finanze agli istituti di credito, relative all'esportazione di armi italiane nel 2009. Una tabella significativa per tutte le associazioni della società civile e per i singoli correntisti, perché consente loro di poter verificare, incrociando i dati, che tipo di arma è stato venduto grazie anche al sostegno bancario.

 

I pochi dati emersi dal Rapporto, che anticipa la più corposa Relazione della Presidenza del Consiglio, confermano tuttavia un trend sostanzialmente costante dei flussi finanziari di pagamento autorizzati da Roma agli istituti di credito che prestano i propri uffici per queste operazioni. Nel periodo considerato sono state concesse 1.628 (1.612, nel 2008) transazioni bancarie, il cui valore complessivo è stato di circa 4.095 milioni di euro, contro i 4.285,01 del 2008. Una leggera flessione che testimonia, tuttavia, come sia ancora una manna dal cielo il mercato armiero per quel mondo finanziario in asfissia a causa di una crisi economica che stenta a uscire dal tunnel.

 

Inoltre, in base a un recente studio di Ires Toscana (Istituto di ricerche economiche e sociali, legato alla Cgil), dal 2001 al 2008 più del 60% delle operazioni di incasso per esportazioni italiane di armamenti sono state effettuate, sostanzialmente, da tre gruppi bancari: Bnp Paribas (2,3 miliardi di euro), Intesa SanPaolo (2,2 miliardi) e Unicredit (2 miliardi). Sempre Ires ha scoperto che dei 385 fondi comuni d'investimento, sponsorizzati dagli istituti di credito italiani ai cittadini, ben 85 investono in titoli di Finmeccanica, per un totale di quasi 5 miliardi di euro. E tutti i principali gruppi bancari, anche quelli usciti momentaneamente dalla lista "Banche armate", prevista dalla 185 del 1990, continuano a investire in armamenti attraverso, appunto, i fondi comuni di investimento proposti ai clienti.

Finanza e armi, quindi, restano un binomio indissolubile.

 

Pubblicato su Nigrizia nel numero di Maggio del 2010